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Full text of "Nicolò Franco: la vita e le opere"

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LA VITA E LE OPEEE 



DI 



NICOLÒ FEANCO 



PER 



CARLO/SIMIANI 




BDITOEI 
L. ROXJX e O. 

' \TOK1NO-EOMA 




NICOLÒ FRANCO 



LA VITA E LE OPERE 



CARLO SIMIANI 




1894 
L. ROUX E C. - Editoei 

TOBIHO-BOIU. 



PBOPBIBTÀ LETTESABIA 



(1716) 






A 
OIUSEPPE PITBÈ 

INSIGNE MAESTEO NEGLI STUDI DEMOPSICOLOGICI 

CON ANTICO AFFETTO 

CHE DURERÀ. QUANTO LA VITA 



M7S3466 



Quando, alcuni anni fa, mi venne il desiderio di leggere 
le opere di Nicolò Franco, non mi proponevo, neppure 
lontanamente, di tentare uno studio su codesto scrittore. 
Ma poi, procuratemi e lette le più importanti di esse, 
mi parve che non sarebbe stato del tutto inutile parlarne 
alla buona, alquanto più diffusamente che non avessero 
fatto gli storici della nostra letteratura. Nacque così il 
breve scritto sui Dialoghi piacevoli e sul Petrarchista, pub- 
blicato nel volume XX del giornale il Propu€INàtore. A 
questo se ne aggiunsero in seguito due altri; uno sulle 
Pistole vulgari, e un altro sulla Philena; e tutti e tre 
codesti brevi saggi vennero poscia raccolti in un volu- 
metto, pubblicato, or son quattr'anni, dall'editore Carlo 
Clausen. 

La lettura di quelle opere mi aveva appreso un certo 
numero di fatti della vita del Franco, o taciuti affatto, 
appena accennati dai suoi biografi; e suggerito delle 
considerazioni, che mi parvero nuove e di qualche im- 
portanza. Ciò mi spinse ad abbozzare, per un giornale let- 
terario di Palermo, (La Psiche), una biografia di questo 
scrittore, che credo fosse allora la meno incompleta di 
tutte le altre scritte anteriormente. 



— 8 — 

È proprio vero quello che è stato scritto da parecchi, 
che allorquando un libro è licenziato per le stampe, si 
vorrebbe appunto allora tornare a farlo daccapo. Questo 
medesimo sentimento provai io alla comparsa di quei 
primi saggi sul Franco, tanto più che lo studio che 
avevo fatto, e che contintmvo sempre a fa/re sulla vita e 
le opere del Beneventano, gettava nuova luce sulle cose 
di cui avevo già discorso. Pure così incompleti, come do- 
vevano necessariamente essere, qusgli scritti mi frutta- 
rono delle lodi, le qìialiy se m'attestarono la cara simpatia 
di amici vecchi e nuovi, non m'insegnarono nulla; e delle 
critiche, a dire il vero, non del tutto giustificate, ma 
che, ciò non ostante, mi sarebbero state più gradite^ se 
fatte in una forma più cortese. Ciò^ ripeto, quando a 
quelle pubblicazioncelle io pensavo quasi a malincuore, 
e vagheggiava nelVanimo l'agognata biografia di Nicolò 
Franco, ben diversa da quella che avevo potuto dar 
fuori. 

Convinto di dovere e potere far meglio, non tralasciai 
di studiare amorosamente il mio tema. Ma molte diffi- 
coltà mi si paravano innanzi, alcune delle quali non ho 
potuto vincere neppur ora. Per esempio, non mi è stato 
possibile, qui, da dove scrivo, procurarmi che solo qualche 
breve saggio di quei numerosi sonetti contro l'Aretino, 
che pure così vivamente ho desiderato di aver tra le 
mani. 

Benché non intenda dare questo mio lavoro come opera 
interamente compiuta, mi lusingo di avere aggiunto 
nuovi fatti alla biografia del Franco, di averne chiarito 
degli altri, e di aver messo in rilievo il carattere dello 
scrittore, meglio che non sia stato fatto finora. Delle 
opere di lui credo aver date tutte quelle notizie che pos- 



— 9 - 

sono interessare lo studioso della nostra letteratura, e 
di averne esposto, con sufficiente chiarezza, il contenuto. 
Ho aggiunto in fine al volume una UUiografia delle 
opere del Franco, e un'altra degli scrittori che hanno 
parlato di lui (quest'ultima, se non certamente completa, 
ricca al possibile), e spero che non torneranno sgradite 
ai cultori degli studi letterari. 

Chi comprende contro quali difficoltà ho dovuto lot- 
tare nel fare, così lontano da ogni centro di studi, questo 
lavoro, spero che ne voglia tener conto nel darne giudizio. 
Mi professo per altro fin d'ora grato a chi vorrà avver- 
tirmi di errori, nei quali sia potuto incorrere, o addi- 
tarmi nuove testimonianze e fatti, che mi sieno sfuggiti. 

NelVaffidare al pubblico il mio lavoro, sento il dovere 
di ringraziare il comm. Salvatore Bongi, il dott. Giu- 
seppe Pitré, il prof. Policarpo Petrocchi, il sig. Bene- 
detto Croce, pei loro aiuti e consigli, e specialnente lo 
egregio mio amico. prof Enrico Sicardi. 

Trapani^ 4 aprile 1894. 

Carlo Simiàni. 



LA VITA 



Una delle figure più caratteristiche, tra quella folla di 
letterati, che, specie nella prima metà del cinquecento, 
inondarono l'Italia di trattati, di poemi, di rime d'ogni 
sorta, fu Nicolò Franco. Mancando assolutamente un lavoro 
speciale, per quanto breve, su codesto scrittore, ci parve, 
malgrado tutte le difficoltà di ricerca, che fosse assai im- 
portante tentare uno studio sulla sua vita e le sue opere, 
queste notevoli, tanto, e forse più, dal lato storico che dal 
letterario, se si consideri la natura e l'audacia di quei suoi 
scritti; quella, per la stranezza eccezionale di carattere, e l'av- 
venturosa irrequietezza dell'uomo, finito così tragicamente. 

Egli nacque, da povera gente, probabilmentei da conta- 
dini (*), in Benevento, nel 1515 circa (^). Perduti, ancora 



(1) Sarà stato certamente per una svista, che il Casali affermò 
{Annali della tipografia veneziana di Fr, Marcolini^ Forlì, 1861, p. 28) 
che anche il padre del Franco facesse in patria il maestro di scuola. 
Circa alla condizione della sua famiglia si vegga Franco, La Phi- 
lena, Mantova, Ruffinelli, 1547, e. 237 r. e 43 r. In una sua lettera 
poi il Franco afferma di essere nato in una povera capanna (Cfr. Le 
Pistole vulgari, Venetia, Gardane, 1539 e. Lxxvii r.) e in un'altra 
(e. xxvi), di avere un cencio di casa a Benevento. 

(2) È stata controversa la data della nascita di Nicolò Franco. Il 
Tiraboschi credette che la seguente indicazione, data nel Dialogo 
delle Bellezze, pubblicato dal Franco stesso a Casale nel 1542: 
N. Francus Benev. aet, suae ann, xxvii fosse sbagliata, e che si 



— 14 — 

fanciullo, i genitori (*), fu allevato e guidato amorosamente 
agli studi dal fratello Vincenzo, poeta latino di mediocre 
fama ai suoi dì, che teneva in patria una pubblica scuola. 
Per questo fratello, che fu per lui maestro e padre, egli 
conservò sempre viva gratitudine, e nelle sue opere lo 
ricorda spesso con parole assai affettuose (*). ' 

Nei suoi primi anni coltivò- la poesia volgare, trattando 
argomenti pastorali; e cantò le bellezze di parecchie di 
quelle donne, che, nelle sue poesie, presero le leggiadre 
forme di ninfe (*). Ma non ci è rimasto alcun saggio di 
quei componimenti. Non trascurò neppure la poesia latina, 
poiché egli afferma di avere, nella sua gioventù, composte 



dovesse leggere xxxvii, invece di xxvii. Il Franco allora sarebbe 
nato nel 1505. Confortava la congettura del Tiraboschi il fatto, 
che pareva a lui inverosimile che il Franco avesse potuto, nel 
1531, a soli sedici anni, indirizzare lettere al Re di Francia e ad 
altri grandi personaggi del tempo. Ma il Franco stesso, accen- 
nando indubbiamente alla Priapea e ai Sonetti contro l'Aretino, 
dice nella Philena (e. 291 r.) di aver vinto l'invidia a venticinque 
anni. Siccome la Priapea fu pubblicata nel 1541, è evidente che il 
Franco dovette nascere circa il 1515. Con ciò si accordano altre 
testimonianze, che ci è dato rilevare dallo stesso romanzo, le quali 
concordano tutte con la data che si legge nell' esergo del ritratto 
del Franco, di cui abbiamo parlato. Sicché l'obiezione del Tirabo- 
schi, basata su di un supposto errore, non regge anche per chi con- 
«ideri la precocità e l'improntitudine del nostro, costretto sempre 
dal bisogno, specie ne' primi anni, a cercare un protettore. Ne è da 
pensare che nel caso nostro si tratti di una vera corrispondenza 
col re Francesco. Nel fissare la nascita del Franco nel 1512 il 
prof. Albertazzi (Romanzieri e romanzi, ecc., Bologna, Zanichelli, 1891, 
p. 34) fraintese un passo della istoria amorosa {Phil. e. 336 v.), come 
Bara prossimamente mostrato dal nostro amico dott. Enrico Sicardi, di 
una comunicazione del quale ci siamo valsi nel compilare questa nota. 

(1) Cfr. Philena, e. 396 r. 

(2) Op. cit., e. 237 r., 425 v., e Bottazzo, Dialoghi marittimi, Man- 
tova, I. RuffineUi, 1547, e. 122 v. 

(C) Bottazzo, op. cit., e. 123 r. 



— 15 — 

in quella lingua molti versi, che poi anch'essi andarono 
perduti (*). Compagni suoi di capestreria e di studi dovet- 
tero essare: Giovanni Antonio Mansella, Gaspare Aquila, 
Vincenzo Cantano, Nicolò Grazia, Antonio Sericeo, Barto- 
lomeo Camerario, Antonio Silvio, ed altri, ricordati qua e là 
nelle sue opere, e noti alcuni nella storia letteraria di Bene- 
vento. Nessun'altra notizia ci è stato possibile rintracciare 
su quei suoi primi anni, che egli passò in patria nella 
scuola del fratello, uomo amante del quieto vivere, e d'in- 
dole ben diversa dalla sua. 

Nel 1529, a quattordici anni, era a Napoli, senza dubbio 
colla speranza di farsi un nome, col suo ingegno impronto 
ed audace, fra i letterati di quella città, e assicurarsi da 
vivere, povero com'era (*). Quivi pubblicò il suo primo 
componimento in versi latini, che titolò Hisàbella, dal 
nome d'Isabella di Capua, principessa di Molfetta, moglie 
di don Ferrante Gonzaga. Allora in Napoli era tutta una 
nobile scuola di poeti, i quali seguivano le gloriose tradi- 
zioni del Fontano, del Panormita, del Porcello e del San- 
nazzaro, e fra questi Giovanni o Giano Anisio e Girolamo 
Borgia, coi quali il Franco venne a gara, e se li rese ben 
presto nemici, scrivendo contro di loro sonetti satirici ('). 
È assai probabile che si alluda ad essi nella lettera, che, 
nel 1532, egli dirige da Benevento ad un suo parente, 
M. Porfirio Franco, segretario di un cardinale a Eoma, 
perchè gli ottenga dal suo padrone un privilegio per certo 



(1) Cfr. Pisi, vulg., e. Lxxxiii r.; e Franco, Dialogo dove si ra- 
giona de le Bellezze, Venezia, Gardane, 1542, e. 108 v. 

(2) Lo desumiamo dal fatto che, sin dal 1529, il Franco aveva 
scritto quelle sue satire, ove, senza dubbio, venivano attaccati il 
Borgia e TAnisio, da lui conosciuti a Napoli. Cfr. Pist. cit., e. xvi r. 

(3) Cfr. op. cit., e. XIII V., e e. xviii v. 



- 16 - 

suo libro di satire, già pronto per la stampa fin dal 1529 (*). 
Se è vera, come crediamo, codesta nostra ipotesi, il Franco 
sarebbe andato a Napoli prima di quest'anno, ed ivi dovette 
avere agio di conoscere quei due umanisti. Non sappiamo 
con quali letterati egli, in quella città, abbia avuto dome- 
stichezza: però alcune poesie di lui sono premesse al 
Bagionamento sopra dell' Asino^ di Giovan Battista Pino, 
beneventano, stampato in Napoli, non si sa bene quando, 
che, per il suo carattere satirico, meritava, a giudizio 
del Bongi, di essere scritto dal nostro autore. Ma non è 
improbabile, come crede appunto il chiarissimo compilatore 
degli Annali Giolitini^ che il nostro Nicolò abbia avuto 
qualche parte in quell'opera, che è una satira del Groverno 
vicereale (•). 

Oltre il desiderio di farsi un nome e di aprirsi una via 
che gli permettesse una vita più agiata, altre ragioni, a noi 
ignote, dovettero spingere il Franco, giovanissimo, ad ab- 
bandonare la casa paterna e la città natale, ove il suo ca- 
rattere turbolento e mordace gli creò dei nemici. Egli perciò 
non lascia di sfogare il suo malanimo contro la sua Be- 
nevento e i suoi concittadini, ogni volta che gliene capita 
il destro. Anche nella Philena manifesta la sua collera 



(1) Cfr. Pisi, vulg., e. xvi r. Non sappiamo se il Franco abbia otte- 
nuto ciò che dimandava, né per quali cagioni il suo libro non sia 
più comparso. 

(2) Cfr. G. Da Nicastro, Pinacotheca Beneventana, Benevento, 
1720, p. 167. Il Bongi {Annali di Gabriel Giolito de Ferrari , Roma, 
1890, V. I, p. 10), sulla fede del Minieri Riccio {Catalogo dei libri 
rari della biblioteca del signor Camillo Minieri Miccio, Napoli, 1864-65, 
voi. I, p. 104), afferma che, non alcune poesie, ma si bene un solo 
sonetto del Franco si trovi in quel libro. Essendo sfuggito alle nostre 
ricerche il suddetto Ragionamento, non sappiamo se meriti maggior 
fede il Nicastro o il Minieri Riccio. 



— 17 — 

contro l'ingrata patria, con acerbe parole: « Dicoti dunque 
— dice Sannio ad Amore — che per essere la mia Patria 
la più ingrata d'ogni altra a' veri figliuoli, io non debbo 
con l'assistenza portarle amore. Et se dirai che ingratitu- 
dine è questa sua, io non intendo con lungo ricordo ma- 
nifestarla, & basterammi farti sapere che mai ella non 
produsse figliuolo alcuno, il quale, toltosi da i suoi con- 
fini, habbi co' yertuosi travagli glorificato il suo nome, 
ch'ella (quasi della gloria de' suoi figli non fusse parte- 
cipe) non gli habbi questa ingratitudine mostra, che non 
più m'ha mostrato appreggiarlo, che appreggiasse i più vili 
che ha seco » (*). Ciò prova che i suoi primi anni dovet- 
tero essere ben altrimenti che lieti, e quanto presumesse 
di sé il Franco, fin da quando viveva a Benevento. Egli 
stesso, lamentandosi della fortuna a lui sempre avversa, 
ci parla ancora dei gravi ostacoli che essa frappose alla 
sua riuscita, sin da quel tempo. 

Anche a Napoli ebbe dei facili amori, pei quali avrà 
certamente scritto dei versi, che non ci sono rimasti. Nella 
Philena egli, che si dice non brutto, afferma che « non ha 
sì tosto mandato carte amorose a donne, che del loro amore 
non si sono mostrate cortesi » ('). Ma se potè, sin d'al- 
lora, reputarsi fortunato nei suoi amori, non riuscì però, 
co' suoi scritti, a procurarsi quella fama e quelle ricom- 
pense che ei se ne imprometteva ('). Onde, lasciata Na- 

(1) e. 429 r. e segg. 

(2) C. 21 r. 

(3) Il Dolce, nella sua nota lettera all'Aretino {Lettere scritte a 
P. Aretino, Bologna, 1874, voi. i, parte li, p. 283) asserisce che il 
Franco in Napoli era in tale stato di miseria, da ridursi al punto 
u da servire per famiglio e di stregghiare i cavalli ». Non sappiamo 
quanta fede sia da attribuire a queste parole del Dolce, nemicissimo ^ 
come si sa, del Franco. 

s — SnciANi. 



— 18 — 

poli, andò a Eoina, ove gli fallì anche il tentativo di 
mettersi sotto la protezione di qualche cardinale, che lo 
accettasse come famigliare. Decise allora di recarsi a Ve- 
nezia, nella quale, più che in altra città d'Italia, fioriva 
la letteratura volgare, favorita da quella ricca e potente 
repubblica; e dove Pietro Aretino possedeva un magnifico 
palazzo sul Canal Grande, vestiva di broccato e d'oro, si 
circondava di valletti e di cortigiane, e usando ora della 
piti abbietta adulazione, ora della piti mordace maldicenza, 
estorceva doni e danari a principi e a potenti per soddisfare 
alla sua smania dì grandezza e di lusso, e ai gusti suoi 
più ignobili. Per darsi l'aria di gran maestro, questi aveva 
tolto in casa, fra gli altri. Agostino Ricchi, Francesco 
Coccio e Ambrogio degli Esebi, che divennero, come allora 
si diceva, suoi creati (*), e gli facevano da segretari. 

Giunto in quella città nel giugno 1536, il Franco fu 
ospitato da Benedetto Agnello, oratore del Duca di Mantova, 
al quale fu raccomandato dal sommo Tiziano; e comparisce 
ancora in casa di lui il 2 agosto 1537 (*). Avendo poscia, 
non sappiamo perchè, abbandonato la casa ospitale Q\ 
implorò i buoni uffici del poeta Quinto Gherardo, acciocché 
gli procurasse i favori di Pietro Aretino , il quale, come 

(1) Cfr. Vita di Pietro Aretino in Opere di Fr. Berni, Milano, 
Daelli, 1864, p. 186. Intorno aU'aatore di quest'opera ci arrendiamo 
completamente alle conclusioni del Luzio, il quale esclude che essa 
possa essere del nostro autore. Cfr. Giorn, ator, d, lett. it., voi. i, 
p. 334, n. 3 e voi. iv, p. 363, n. 3. 

(2) Cfr. Le Pist. vulg.y e. XLi r.; e P. Aretino, Lettere, Parigi, 
1609, lib. II, e. 93 r. 

(3) D'ingratitudine verso l'Agnello si accusa egli stesso in una 
lettera di poco posteriore (6 agosto 1537). E ciò conferma l'Aretino 
{lett. cit): « colla cui boutade (dell'Agnello) tiene inimicizia per i 
benefici che il babbuasso (cioè il Franco) ha ricevuto da lui a torto 
e a peccato ». 



- 19 — 

poi gli rinfacciò, gli diede « alloggio, tavola e vestito, non 
altrimenti che se fosse stato un uomo da bene » (*). 

Sin dai primi giorni del suo arrivo in Venezia, il Franco, 
per procacciarsi un po' di riputazione , sperando forse di 
poter essere ammesso come pedagogo in qualche casa signo- 
rile, si diede attorno per pubblicare qualche sua opera. 
Sappiamo infatti che si adoperò allora perchè qualche stam- 
patore veneziano gli pubblicasse quei suoi cento epigrammi 
latini, YHisàbellaj già stampati, e alcune rime volgari. Di 
questi versi dice tanto male, nella sua già citata lettera, 
M. Lodovico Dolce (*) ; dalle parole del quale parrebbe che 
il Franco ne avesse dato alle stampe, in Venezia, almeno 
qualche saggio, forse in fascicoletti di pochi fogli, che sa- 
ranno andati facilmente perduti. È però certo che, quando 
venne accolto in casa dell'Aretino, aveva già pubblicato, 
presso lo stampatore Francesco Marcolino, il Tempio d^A- 
more, un poemetto in ottava rima, dedicato alla signora 
Argentina Rangona, dalla quale, a credere all'Aretino, 
sarebbe poi stato ricompensato con duecento bastonate 
eroiche ('). Questo poemetto è in lode delle donne più belle 
e più nobili di Venezia; e, fra le altre, vi è lodata quella 
Maria Loredano, che fu poi pel Franco una Laura novella. 

Dalla citata lettera dell'Aretino risulta anche, che il 



(1) Aretino, Lettere, ed. cit. e. 98 r. 

(2) n Dolce (lett. cit,) dice che al Franco, perchè riuscisse a far 
stampare « le sue goffarie cosi latine come vulgari, convenne ven- 
dere ad altri quello che non era suo, cioè i sonetti della Pescara ». 

(3) Cfr. P. Arbtiko, Lett. cit La dedicatoria del libro, di cui più 
sotto, nel testo, si fa menzione: Musica in canto figurato, formata di 
francesi autori, Venezia, Marcolini, 1537, indirizzata dal Franco al 
conte Guido Rangone, marito della signora Argentina, proprio otto 
mesi dopo la pubblicazione del Tempio d'amore, ci prova falso il 
fatto a cui accenna F Are tino. Cfr. anche Casali, Op. cit., p. 27. 



— 20 — 

Franco, prima che fosse accolto in casa di lui, fu soccorso, 
in momenti critici, dal famoso tipografo e letterato Fran- 
cesco Marcolini; la casa del quale era allora frequentata 
da' più illustri letterati ed artisti di Venezia. Il Marcolini 
fu sempre largo di aiuti verso gli uomini. di lettere più 
bisognosi (*); e le parole dell' Aretino ci fanno nascere il so- 
spetto che il nostro Nicolò fosse stato adoperato dallo inge- 
gnoso tipografo nella sua stamperia coll'ufficio di correttore. 
Codesta nostra ipotesi potrebbe essere confermata dal fatto 
che al libro: Musica in canto figurato , formata di fran- 
cesi autori, pubblicata dal tipografo forlivese nel 1537, 
precede una lettera del nostro autore, in cui egli dedica 
il libro al conte Guido Rangone, a nome del Marcolini 
stesso ('). 

Presso l'Aretino rimase il Franco come aiutante d 
studio; ma non ci è dato propriamente sapere a quali 
lavori lo adibisse il suo principale. Il Franco si vantò poi 
di averlo aiutato nella composizione di parecchi suoi libri ('). 



(1) A. F. Doni, / marmi, Firenze, Barbèra, voi. ii, p. 232. 

(2) La dedicatoria è in data del 25 maggio di quell'anno. 

(3) Cfr. La Priapea, sonetti lussuriosi satirici, di N. Franco. A 
Pe-King, regnante Kien-long, nel xviii secolo, p. 186. Il Franco 
scrive all'Alunno queste precise parole: « Né mi può egli opporre 
con onor suo che ingrato gli sia, perchè se io accetto a lui, che 
m'abbia talvolta dato del pane suo, egli non può negare a me che 
con le fatiche mie usate nelle sue cose non gli abbia renduto a 
sette doppi la cortesia ; sapendosi che in quel tempo che io e altri 
virtuosi usavamo nella sua casa, ascese al luogo si riguardevole^ 
d'onde si vide sotto i piedi la sciocchezza de ì principi, e perduta 
l'amistà de' dotti, ne venne giuso. E chi non sa che se i miei pari 
non fussero, egli da sé non varrebbe a tradursi nel volgare le leg- 
gende de' santi padri, che tutto giorno va fioreggiando ?» — Molti 
scrittori di cose letterarie (e si vegga per tutti il Mazzughellt, 
Vita di Pietro Aretino, Milano, 1830, p. 44 e 157) sono di opinione 



— 21 — 

Però, prestando l'opera propria, quale essa si fosse, all'Are- 
tino, egli non tralasciò mai di scrivere per conto proprio; 
ed in quel tempo compose e consegnò al Giolito le sue due 
nuove opere : i Dialoghi piacevoli e il Petrarchista. 

Ma l'amicizia tra lui e l'Aretino non poteva durare a 
lungo. Per quanto nel loro carattere ci fossero parecchi 
lati comuni, in fondo non erano, né potevano essere altro, 
se non due rivali, che cercavano di guadagnarsi, ciascuno 
per sé, il pubblico. Sicché l'Aretino dovette di sicuro veder 
male che il Franco, da lui sostentato, e presentato in quella 
società colta ed elegante di versaiuoli, ricevesse attesta- 
zioni non piccole di stima, e salisse alquanto in riputa- 
zione (*). Forse egli avrebbe voluto che il suo aiutante 
di studio non si fosse mai sciolto da certi vincoli di sog- 
gezione che intendeva imporgli. Ma far ciò col Franco, 
così pieno di sé, facile all'ira e alla maldicenza (*), non 
era possibile. Onde dovette scoppiare ben presto fra i due 
quella guerra senza tregua di contumelie e di oltraggi 
sanguinosissimi, che rimase poi famosa nella storia della 
nostra letteratura. La più volte citata lettera del Dolce 
all'Aretino ci apprende, che tra il Franco e il dotto vene- 
ziano, assai presto, e, diciamolo pure, principalmente per la 
maldicenza e la presunzione letteraria del primo di essi, al 
certo invidioso della grandissima considerazione in cui era 



che il Franco abbia aiutato, con la sua perizia nelle lingue greca 
latina, FAretino nella composizione di varie opere. Ma le parole 
del Franco, su cui essi evidentemente si fondano, non ci autorizzano 
a ritenere in tutto vera la loro affermazione. 

(1) Molte sono le lettere del Franco indirizzate ad illustri ve- 
neziani ; e nella Philena non mancano accenni alla sua vita in Ve- 
nezia, e alla grande stima che vi godeva. 

(2) Cfr. PMlena, e. 135 r. 



— 22 — 

tenuto il Dolce a Venezia, si venne ad aperta rottura. 
M. Lodovico si lagna, in quella sua lettera all'Aretino, che 
il Franco, allora familiare di quest'ultimo, gli abbia scritto 
contro un'epistola (solita forma colla quale si mandavano 
attorno invettive a persone pubblicamente note), nella 
quale egli si lodava spudoratamente, com'era suo costume, 
e metteva il Dolce in canzonatura, dandogli dell'ignorante. 
E quindi questi rammenta opportunamente che il suo avver- 
sario gli aveva pur lasciato a correggere i suoi scritti, che 
il Dolce stima degni del fuoco; e dice che il Franco si era 
voluto inimicare con lui, perchè egli ebbe a dichiarargli 
che non gli piacevano le cose sue. È certo però che in 
codesta lettera traspare all'evidenza anche il carattere 
maligno del Dolce, offeso nel suo amor proprio di letterato, 
il quale cercò tanto, e s'illuse d'avere conquistato, la gloria, 
con quella sua disgraziata traduzione d'Ovidio, e con tante 
altre opere, ora meritamente dimenticate (*). 

Questa contesa non dovette influire poco ad accrescere la 
diffidenza tra il Franco e l'Aretino, ed a far prorompere 
in seguito tra essi il rancore, che assai ben presto ebbe a 
germogliare nel loro animo, rancore che, per qualche tempo, 
si sforzarono di dissimulare. Se il Dolce ardì scagliare 
contro il suo nemico tante insolenze, ingiurie ed accuse, 
quante ne scrisse in quella sua lettera , l'Aretino non do- 
veva, sin d'allora, essere molto ben disposto verso il suo 
emulo. 

In questa condizione di cose i due futuri avversari do- 
vettero durare sino al dicembre del 1537, se nel Primo 
libro delle lettere dell'Aretino, pubblicato appunto in quel 
mese, furono lasciate le lettere laudatorie che M. Pietro 



(1) Cfr. Cicogna, Memorie sulla vita di L. Dolce. Venezia 1864. 



~ 23 — 

aveva indirizzate ai Franchi, cioè al nostro Nicolò e al fra- 
tello Vincenzo; lettere che furono soppresse nella seconda 
edizione di quell'epistolario, apparsa nell'agosto dell'anno 
susseguente (*). Sicché è falso quello che è stato ritenuto 
sinora da tutti quelli che hanno scritto del Franco, cioè 
la pubblicazione delle lettere di quest'ultimo, apparse nel- 
l'aprile dell'anno successivo (1539), essere stato il solo pre- 
testo alla lite ed il segnale della battaglia. Certamente 
l'Aretino, rotta già ogni tregua col Franco, dovette ricevere 
come una viva ferita al cuore al sentire che il suo avver- 
sario si preparava a stampare anch' egli un epistolario, per 
mezzo del quale entrava con lui in concorrenza nell'estor- 
cere ai potenti ogni sorta di ricompense. E senza dubbio 
dovette, al suo solito, bravare col Franco e avventare delle 
minacce così verso di lui, come verso gli stampatori. Si 
spiega in questo modo il fatto, che mentre la dedicatoria 
della raccolta delle lettere del Franco è del 1^ luglio 1538, 
il libro compare nell'aprile del 1539, e, non già per opera 
del Marcolini, amico e compare dell'Aretino, ma per opera 
di uno stampatore francese (*). 

Il Franco però non era uomo da lasciarsi intimidire. Alle 
minacce spavalde dell'Aretino rispose non solo, com'era del 
resto naturale, col sopprimere dal suo epistolario le let- 
tere, che sicuramente egli ebbe a scrivere all'Aretino, in 
risposta a quelle di quest'ultimo a lui indirizzate ; ma col- 
l'aggiungere, in fine al libro delle sue Pistole, la famosa 
lettera sìY Invidia, ove fieramente assaliva il suo antago- 



(1) Cfr. Casali, Ann. cit., p. 69. 

(2) Lo stampatore fu il Gardane, che il Franco conobbe sin dal 
suo primo giungere a Venezia. Per mezzo di lui M. Nicolò conobbe 
anche il Pignoli in un ridotto, in cui l'editore francese diede prova 
della sua abilità nella musica. Pisi, vulg., e. civ r. 



— 24 - 

nista. Codeste Pistole vulgari, certamente una scelta di 
quelle da lui scritte, vanno dal 10 settembre 1531 al 4 no- 
, vembre 1538; ma quella BÌYInvidiay segnata Venezia 1538, 
dovette esser, sebbene di poco, posteriore a quella data. 

Il sodomita di scrittore, cioè copiatore, de le mie lettere^ 
ne divenne emulo (*), scriveva a Lodovico Dolce nella 
sua collera l'inviperito Aretino; il quale, per la stessa ra- 
gione, scrisse più tardi a Bernardo Tasso un'altra vivacis- 
sima lettera, piena di minacce e d'insolenze, che ci mostra 
con quanta gelosia egli si fosse adoperato a che gli altri let- 
terati, pubblicando i loro epistolari, non lo seguissero su 
quella via, della quale egli vantavasi scopritore. L'Aretino 
in quella sua lettera, rimasta famosa, rinfaccia al Franco 
i beneficii fattigli, e si lamenta col Dolce che gli siano stati 
ricambiati colla ingratitudine più nera. Gli rinfaccia ancora 
l'orgoglioso contegno verso Tiziano, suo antico benefattore; 
gli abbaiamenti contro il Sansovino sommo architetto; il 
voler competere per dottrina col Fortunio; l'essersi mil- 
lantato di avere, colla stampa delle Pistole, tolto il credito 
a lui, autore, e il pane al Marcolino, editore del Prim^ 
libro delle lettere ('); e gli ricorda infine le solenni bat- 
titure fattegli dare da quella Madonna Giulia Eiccia, con 
la quale egli intendeva fare all'amore ('). Il Franco alla 
sua volta chiamava ignorante il suo avversario, e gli av- 
ventava contro una grandine di sonetti oscenissimi e pun- 
gentissimi, pieni di ogni sozza contumelia. Né valse che 



(1) Aretino, Lettere^ lib. ii, e. 28 r. 

(2) Il Marcolini alle millanterie del Franco rispondeva, che « se 
il suo pane e il credito del compare non fosse stato, il Franco sa- 
rebbe guattero n. Cfr. P. Aretino, Lettere, lib. ii, e. 99 v. 

(3) Nel Tempio d'amore vi sono due composizioni del Franco in 
lode di questa gentildonna. 



— 25 — 

rAretìno, per mezzo dei suoi mezzani, si adoperasse ad 
impedire lo scandalo (*), perchè neanche nei Dialoghi 
piacevoli mancano le allusioni contro di lui (*), come ce 
n'è in tutte le altre opere del Franco. 

Or ecco che un poetastro milanese, Ambrogio degli Eu- 
sebi, allievo e creato deir Aretino (il quale, com'è noto, ne 
avea fatto un marito di Marietta dall'Oro, una delle sue 
Aretine), per far le vendette del suo principale, e, birbante 
e maledico com'era, forse anche le sue, diede al Franco, 
con cui era stato già in rapporti d'amicizia ('), una pu- 
gnalata al viso (*). Per questa ferita il disgraziato dovette 
starsene a letto non poco tempo, e subire l'affronto, gra- 



(1) Il Franco neUa sua lettera air Alunno, altre volte citata, scrive 
in proposito che l'Aretino aveva u preso il costume di minacciare 
gli stampatori, udendo che stampassero qualche cosa contro di lui, 
e che pose mezzani appresso il Giolito, mentre si stampavano i suoi 
Dialoghi, per tema che di lui vi fosse scritto n. Di questo costume 
dell'Aretino parla a lungo il Virgili. (Cfr. Francesco Berni di A. V. » , 
Firenze, 1881, p. 593 e segg.). 

(2) Cfr. Biologi piacevoli di M, Nicolò Franco, Venezia, Giolito, 
1569, pagg. 172, 205, 211, ecc. 

(3) Si vegga la lettera del Franco a lui indirizzata in Pist vulg., 
ed. cit. e. Lxxi V. In codesta lettera il nostro Nicolò manifesta il 
suo desiderio di rivedere l'amico, trattenuto allora nella sua Milano. 

(4) La lettera all'Eusebi, di cui abbiamo sopra fatto menzione, è 
in data del 4 maggio 1538, sicché fino allora, l'Eusebi, sempre ligio 
all'Aretino, potè conservarsi in buone relazioni col Franco. Il fatto 
della pugnalata dovette essere di pochissimo anteriore alla pubbli- 
cazione dell'epistolario franchiano, fatta, come s'è detto, ai 20 d'a- 
prile 1539, se, ricevuta la pugnalata, il Franco non fu più a tempo 
di togliere la lettera aU'Eusebi sopra ricordata. E per altro, nella 
lettera all'Invidia, aggiunta al libro, evidentemente quando tutti 
i fogli di stampa erano composti, colle parole: " E per tanto, per 
metterti in maggior doglia, ti fo intendere, come son pur vivo mentre 
stimavi ch'io fossi morto w, si allude chiaramente alla ferita ri- 
cevuta. 



— 26 - 

vissimo pei tempi, di vedere passeggiare, bravando, innanzi 
la sua porta di casa, il feritore, a cui l'Aretino dava in- 
tanto ogni aiuto pei tribunali, ai quali si dovette richia- 
mare il Franco (*). Ma, temendo M. Pietro un nuovo 
scoppio della vituperosa e irrefrenabile mordacità del suo 
nemico, tentava per mezzo dell'Alunno, di Agostino Biechi, 
e forse di altri, anche con profferte di favori e di denari, 
come già aveva fatto coli' Albicante, di mitigare la collera 
del ferito (*); il quale, perchè lo scandalo fosse sopito, impo- 
neva patti troppo duri all'Aretino, e principalmente che 
egli cacciasse, di casa il suo Ambrogio, dandogli cosi pub- 
blica soddisfazione del torto ricevuto. Sia come si voglia, 
il Franco tacque almeno per allora; ma l'Aretino non volle 
non potè separarsi dal caro suo allievo, legato, cosi come 
era, a lui da vincoli troppo poco onesti (*). Guaritosi 

(1) Nella citata lettera all'Alunno, il Franco non accusa l'Aretino 
di avere armato la mano all'Eusebi, ma si bene di non averlo cac- 
ciato di casa per un riguardo a lui, e di avergli dato favore e aiuto 
nei tribunali. E perciò non è del tutto esatto il Mazzucchelli {Vita 
di Pietro Aretino^ Milano, 1830, p. 137 e n. 2o), allorché, sulla fede 
dello Zeno, afferma che l'Eusebi fu tratto a ferire il Franco sola- 
mente u pel male che del suo padrone diceva ». 

(2) In quella sua impastocchiata biografia del Franco, il Sinigaglia 
{Saggio di uno studio »u Pietro Aretino, Roma, 1882, p. 166), nell'in- 
tento di esaltare il suo eroe, parlando di questa contesa, attribuisce 
all'Aretino, financo una « generosità d'animo » verso il suo nemico, 
che il flagello de' principi non sognò mai di avere. Se fece fare al 
Franco delle proposte di concilazione, ciò avvenne per le ragioni 
predette. 

(3) Cfr. N. Franco, La Priapea, e. 181 v, (lettera a Francesco 
Alunno). Ecco come egli narra al suo amico il caso intravenutogli: 
« Sapete che egli facendo più conto d'un suo marito che dell'onore 
d'un mio pari, non pur non volse dargli licenza, ma gli diede aiuto 
ne' tribunali, e fatto passeggiare dinanzi alla casa mia mentre io era 
in letto, e comportò che per i suoi medesimi, presente il Ricchi, mi 
mandasse le polizze. Sapete come di poi vedutomi oltraggiato dai 



■— 27 - 

quindi il Franco, e non vistosi piìi sicuro a Venezia (*), 
pensò di mutare aria, e lasciare quella città. E, se interpre- 
tiamo bene le parole di Giovan Jacopo Bottazzo, ne fu forse 
cacciato per le mene dell'Aretino, il quale godeva il favore 
dei supremi magistrati di quella repubblica (*), e non si 
stancava di mettere in mala luce il suo nemico. Fors'anche 
per opera sua, monsignor Leone Orsino, vescovo di Frèjus 
ed agente di Francia alla Corte di Roma, dovette cessare 
dal proteggere il Franco ('), che aveva avuto in lui, a cui 
dedicò due sue opere, il suo Mecenate. Sin dal 1531 il 
nostro beneventano aveva già indirizzate parecchie lettere, 
piene di ampollosissime adulazioni, a Francesco I, e aveva 
concepito altre volte il disegno di passare in Francia, con- 
fidando di riuscire a guadagnarsi la grazia di quel Ee, 
splendido protettore di artisti e letterati. Fu perciò che si 
decise di recarsi nel « salutare paese del suo Iddio cristia- 
nissimo » (*). Sperava egli di potere di là, al sicuro, vo- 
mitare impunemente ogni sorta d'insulti contro i suoi ne- 
mici, sfogando l'ira sua, com'era solito, con ogni genere 
di scandalosi libelli, ove avrebbe rivelato tutto ciò che in 
Italia non gli sarebbe stato permesso di dire. 

Partito da Venezia il 28 giugno 1539, andò a Padova, 
ove alloggiò in casa di un filosofo suo amico, assai proba- 



saoi, compose non so che sonetti ridendosi del mio uscir di casa. 
E sapete ultimamente, come non parendomi essere il tempo allora^ 
diedi alquanto sosta alle mie vendette, aspettando solamente che 
le promesse fatte al sudore della mia virtù fussino state riconosciute 
da i falsi amici ». 

(1) Cfr. la citata lettera all'Alunno. 

(2) Cfr. I. Bottazzo, / dialoghi marittimi^ ecc., Mantova, Buffi- 
nelli, 1547, e. 222 v. 

. (3) Cfr. G. Bbtussi, Dialogo amoroso, Venezia, 1543, e. 22 v. 
(4) Cfr. Pist vulg.y e. cvii v. 



- 28 — 

bilmente lo Speroni (*). Quantunque siasi trattenuto in 
quella città per pochissimi giorni, pare che non pertanto 
yi abbia avuto agio di fare all'amore con una Porzia, da- 
migella della marchesa Beatrice degli Obizi, che possedeva 
un'amena e sontuosa villa sui colli Euganei, ove solevano 
raccogliersi, in eleganti conversari, parecchi letterati C). 
Da Padova si recò a Casal Monferrato ('), e vi fu accolto 
assai onorevolmente dal governatore Sigismondo Fanzine (*), 
« da altre persone ragguardevoli, tra le quali M. Alberto 
Del Carretto (^) nipote di Galeotto Del Carretto, marchese 
di Finaro, noto quest'ultimo nella storia letteraria per varie 
opere, di talune delle quali, perchè hanno qualche rapporto 

(1) Cfr. PhU,, e. 361 r. Che il filosofo dal quale U Franco fu ac- 
colto in Padova, sebbene per pochissimo tempo, sia stato lo Spe- 
roni, c'induce a crederlo Tamicizìa che per molto tempo legò il 
Franco con lo scrittore padovano, che, ai suoi di, ebbe fama di grande 
cultore degli studi speculativi. 

(2) Ce ne porgono testimonianza due ottave dello stesso Speroni, 
citate da parecchi biografi del Franco come encomiastiche per il 
nostro autore; ma a noi, al contrario, pare che sotto quelle frasi 
si possa scorgere la punta deirironia. Ne giudichi il lettore: 

Porzia gentil, Messe r Nioolò Franoo 

É un geatilnomo pien di cortesia, 

Bello come son io, o poco manco, 

Figliuol di Febo e della poesia: 

Ed ebbe voglia anch*ei di nascer bianco; 

Ma vide in quel color non riascla. 

Tutto è bel, tatto è buon, tatto è modesto. 

Tatto è di grazia e di virtù contesto. 
Se io fossi in lui, io vi farei Tamore; 

Se io fossi in voi, io mei lascerei fare: 

Ma se fossUo ne averci dolore 

Benché mostrassi non me ne curare: 

Perchè sempre v'ho amato di bon core, 

Dacché di voi mi feste innamorare 

Pascendomi di guardi e di speranze. 

Al vostro onor queste son le due stanze. 

<Cfr. S. Speroni, Opere, Venezia, 1740, t. iv, p. 381). 

<3) Cfr. PWZ., e. 360. 

{4) Cfr. Aretino, Lettere, lib. ii, e. 177 v. 

<5) Cfr. N. Franco, Dial, d. beli., e. 2 v., 112 v. e 113 v. 



— 29 - 

colla vita del nostro, diremo appresso (*). Ma il gran di- 
sordine che agitava la Francia durante la lotta tra Carlo Y 
e Francesco I, e le oneste accoglienze, che il Franco rice- 
vette a Casale, lo indussero a mutare il suo disegno, di 
recarsi presso il Re Cristianissimo, e a fermarsi colà sino 
al 1546, cioè sette anni circa. Nella stessa Casale pubblicò, 
nel 1541, con la data di Torino, i famosi Sonetti contro 
V Aretino, aggiungendovi la Priapea, altra raccolta di ve- 
lenosi sonetti, diretti in gran parte contro di quello. Ma 
poi credette di riparare allo scandalo, che aveva suscitato 
l'oscenità di quella pubblicazione, dando alla luce, nell'a- 
prile del 1542, il suo Dialogo de le Bellezze. In questo suo 
scritto egli celebra le donne di quel paese per la loro rara 
bellezza, e attribuisce loro ogni altro pregio. Ma in un 
passo della Philena smentisce categoricamente tutto quanto 
aveva scritto in lode di esse; il che ci porge un saggia 
punto bello del carattere del nostro letterato, il quale, forse 
insoddisfatto delle ricompense ricevute come prezzo delle sue 
lodi, sfoga da lontano, con queste parole, il suo malumore: 
« Deh! Sannio, Sannio, gli dice Filena, io so ch'in un tuo 
libretto (cioè il Dialogo delle Bellezze) ove di tante belle 
donne si fé* ricordo, tu di tale qui parlasti ch'in mezzo il 
core ti stava. Oh, oh Philena, ch'è ciò che pensi? et cui vo- 
levi che tra tante io amassi? S'alcuna forse di quel paese, 
dove il libretto fu scritto, non hai giuditio in ciò sano» 
Sono quivi (se tu no '1 sai) tutte Scimie pinte, lusinghiere^ 
infide, et maghe impudiche. Et tu pur sai, come di donne 
tali io son poco vago. Perchè dunque n'hai scritto o Sannio? 



(1) Su Galeotto dal Carretto cfr. Tiraboschi, St. leU. ed. cit., 
V. IV, p. 80, 192 e segg. ; R. Bbnibr in Giom. stor. d, leti. UcU., vi 
p. 231; G. A. Spinelli, in Atti della Società storica di Savona, Sa- 
vona, 1888; BoNGi, Ann. cit., voi. i, p, 127. 



- 30 --- 

Io ne scrissi non per lodarle, et sapea che qui le donne 
non son degne di loda; no scrissi per lodarne me solo, et 
per farle con l'inchiostro più belle, ch'esse medesime con 
la cerussa non fanno » (*). Dai grandi elogi, che poi egli 
fa, nell'opera suddetta, di Don Alfonso Davalos, governa- 
tore di Milano ('), e della Marchesana Del Vasto sua moglie, 
come pure da quelli grandissimi indirizzati a Carlo V, si 
rileva come il Franco, per ragioni d'opportunità, che, dato 
l'ambiente in cui trovavasi, facilmente si comprendono, ve- 
nutegli meno le speranze già fondate sulla protezione di 
Francesco I, sia passato dalla parte del potente monarca 
spagnuolo. Egli forse voleva con le sue lodi far dimenticare 
le offese atroci, che aveva scagliato, nella sua Priapea^ 
«entro quell'imperatore. 

Intanto l'Aretino non risparmiava neppur lui il suo ga- 
gliardo nemico, benché lontano. Agli insulti delle centìmaia 
di sonetti e della Priapea rispondeva cercando di perdere 
il Franco, e continuando a metterlo in mala vista presso 
i principi e i grandi prelati. E con la solita petulanza, 
scrisse lettere di fuoco al cardinale Ercole Gonzaga, perchè 



(1) Cfr. PhiLy e. 338 r. Che i\ Franco abbia ecceduto neUe lodi 
tli queUe donne, appare anche da uno strano catalogo manoscritto, 
ove sono registrate, con epiteti ingiuriosi e particolarità curiosis- 
sime, i nomi di quelle donne menzionate dal nostro Beneventano. 
Codesto catalogo fu riportato dal Bongi nei suoi pregevolissimi 
Annaliy voi. i, p. 37. 

(2) Il Davalos, protettore di cortigiani e letterati era anche poeta 
{cfr. I. Muzio, LeUerCy Firenze, 1590, lib. ii, p. 66); e forse perciò 
il Franco si rivolge più specialmente a lui per aiuti, sebbene ci 
sorprenda che egli non accenni mai, nelle lettere laudatorio a quel 
Marchese, a codesta virtù di lui. Alcune rime di quest'ultimo si 
leggono a pag. 208 del libro Baldi, Rota, Franco, Dd Vasto, Fi- 
dentiOy ecc, Venezia, Zatta 1787 e in Bime diverse del Midio, Venezia, 
Giolito 1551, e. 216 r. 



— 31 - 

punisse il suo governatore Sigismondo Fanzine, il quale 
aveva permesso che si stampassero sotto i suoi occhi quegli 
infami sonetti, e aveva anche accordato la sua protezione 
ad un cattivo soggetto come il Franco (*). Egli in quella 
lettera non si lagna del modo come l'ingrato lo lacera, ma 
è dolente che si stampino quelle sudicerie in un paese, 
che è sotto la giurisdizione di quel cardinale; il quale vi 
tiene a governatore un Fanzine, « che non si è vergognato 
di lasciarsi registrare in si sporca gagliofferia, avvegna che 
sua altezza, indegna d'ogni reputazione, è proprio subietto 
da Priapea ». Deplora inoltre che Don Ferrante Gonzaga, 
capitan senza paura e principe senza superbia, non sia 
stato « adorato dal mondo per causa dei simili a le scel- 
leratezze dei Fanzini » C). 

Non ostante le mene dell'Aretino contro il Franco, questi, 
a Casale, non fu molestato; anzi dovette godervi tante 
simpatie, che gli riusci facile fondare Y Accademia degli 
Argonauti, iel\^. quale fu presidente col nome di Cloanto('). 
Quell'Accademia ebbe uno scopo scientifico, cioè lo studio 
della geografia; uè ciò impediva a quei buoni accademici 
di scrivere delle poesie e in ispecie dei sonetti, che, per la 
loro particolare caratteristica, furono detti marittimi. Face- 
vano parte degli Argonauti Giovan Jacopo Bottazzo (Nau- 
sitheo), di cui ci rimangono i Dialoghi già citati; i poeti 
Giovan Francesco Arrivabene (Oronte), Cristoforo Picco 
(Amici a), il cav. Gerardo (Tiphi), Pietro Catalano di Be- 



(1) Cfir. Abetino, Lett&re^ lib. ii, e. 218 r. 

(2) Cfr. Aretino, op. cit, lib. i e. 218 v. 

(3) Si vegga su ciò il lungo dialogo in versi intitolato Cloanto, 
tra Pelerò e Oronte; dialogo pieno di preziosi accenni sulla vita 
del Franco a Casale, posto in fine ai Dialoghi marittimi del Bottazzo, 
e. 159 V. 



— 32 - 

nevento (Ergino), Jacopo Del Pero (Telone), Bessario dei 
Malvezzi (Palinuro), Giovan Francesco Montiglio (Canopo), 
Giovanni Cane (Peìoro), Ferrante Bagno (xinceo), forse 
Girolamo Giustiniani ed altri, le rime dei quali sono sparse 
di lodi al famoso e gran nocchier Gloanto, e di offese allo 
Aretino, che essi chiamano col soprannome ingiurioso di 
Ofelte. 

Durante il suo soggiorno a Casale, il Franco, che aveva 
colà pubblicato, fin dal 1542, la commedia dei Sei contenti^ 
lasciata inedita dal marchese Galeotto Del Carretto, si fece 
editore, nel 1545 della tragedia Sophonisba, dello stesso 
autore (*), certamente per rendersi piti accetto al nipote 
di lui. Però, verso quel tempo, egli, non sappiamo preci- 
samente perchè, ma certo per cosa assai ben grave, dovette 
guastarsi coi suoi protettori ed amici, e lasciar Casale, ove 
era stato tanto bene accolto. Degli amici non gli rimase 
che il solo Giovan Jacopo Bottazzo, di cui, appena giunto 
a Mantova, e ciò avvenne nel 1546 (*), il Franco sorvegliò 
la stampa dei Dialoghi marittimi^ che aveva portato seco. 
Contro Casale egli nutrì poi lo stesso odio, che aveva nu- 
trito contro la sua Benevento ('). ' 



(1) La Sophonisba, tragedia del magnifico cavaliere e poeta messer 
Galeotto Carretto. In Vinegia, appresso Gabriel Giolito de Fer- 
rari, MDXLVi, in-8o. 

(2) Cfr. la lettera di Gioan Francesco Arrivabene al Bottazzo, in 
data di Mantova, 1546, in cui TArrivabene scusa il Franco, suo 
ospite, di non aver potuto rispondere alle numerose lettere che quegli 
gFindirizzava. Delle lettere di diversi autori, raccolte da Venturin 
Ruffinelli. Mantova, 1547, e. xliv r. 

(3) Cfr. DeUe lett di div. auL, e. xliv v, xlvi v, e XLViii v. Non 
prima del 1546 dovette il Franco passare in Mantova, poiché le let- 
tere che gli scrive il Bottazzo, evidentemente poco dopo la sua par- 
tenza, e di cui parla TArrivabene nella sua lettera già citata, in data 
di Mantova, 1546, sono indubbiamente di questo medesimo anno. 



— 33 — 

Ospitato dal cav. Giovanni Arrivabene, e protetto dal 
conte di Popoli, dedicò poi a quest'ultimo, con parole piene 
di ampollosa riconoscenza, la Philena, la prima cioè delle 
opere che egli ebbe a pubblicare dopo quattro anni di si- 
lenzio, com'egli stesso ci fa sapere in quella sua dedica- 
toria. Quattro anni prima, cioè nel 1542, il Franco aveva 
pubblicato, come abbiamo detto, il Dialogo delle Bellezze. 
Poco dopo la pubblicazione della Philena comparve, nella 
stessa Mantova, il primo volume dei Dialoghi marittimi 
del Bottazzo, al quale furono accodati cinquantanove sonetti, 
che il nostro dovette leggere all'Accademia degli Argonauti. 
Ed anche là egli compose due dialoghi, uno sui Pesci e 
l'altro intorno la Fortuna, che dovevano comparire in un 
secondo volume di quella raccolta, insieme a due altri dia- 
loghi di Giovanni Arrivabene, secondo la notizia che si legge 
in fine al primo volume. Siamo in dubbio se la tragedia, 
di cui un Giulio de' Grotti accenna in una sua lettera al 
nostro autore, lettera che si legge nella citata raccolta del 
Ruffinelli, sia opera del Franco, o piuttosto, come incliniamo 
a credere, sia quella del Del Carretto, pubblicata per cura 
del Franco stesso. 

A detta dell'Aretino, il Franco, a Mantova, avrebbe anche 
esercitato il mestiere di pedagogo (*). Certo è però, che 
il tempo passato da lui in quella città, fu il periodo 
della sua maggiore attività letteraria, specialmente se non 
sono del tutto supposte , le opere che lo stampatore 
Jacopo Ruffinelli dice che avrebbe pubblicato fra breve. 



(1) « Io sarei riconosciuto per benefattore e non per nimico fin 
dal Franco, che de le sue ingratitudini vien punito (in mentre s'in- 
titola flagdlum flagelli) da la sferza con cui castiga i fanciulli, che 
non sanno compitare i nomi de le tristizie che tuttodì gli rimpro- 
vera la scuola che tiene a Mantova », Lettere, lib. V, e. 155. 

3 — SlMlANI. 



— 34 — 

cioè : un Cento Novelle, il Qtiarto libro delle lettere (*), 
il Duello, le Prediche e quel Dialogo della Fortuna, 
di cui abbiamo detto avanti C). Il Ruffinelli tace di un'altra 
opera del Franco, intitolata il Pellegrino, da lui già 
composta fin da quando trovavasi a Venezia, della quale 
il Dolce voleva che l'Aretino sconsigliasse al suo aiutante 
di studio la pubblicazione, perchè opera goffa e di verun 
pregio (^). Di altri lavori di carattere storico parla il 
Franco stesso in più luoghi della Philena e altrove (*); 
ma tra queste non ci par di comprendere quella Vita di 
Francesco I, che egli dice, in una sua lettera, di non 
poter finire, senza prima aver avuto un saggio della libe- 
ralità di quel Ee C)- 

Spinto dalla sua natura irrequieta, il Franco, non si sa 
bene in quale anno, ma assai probabilmente nello stesso 
1547 (^), si trasferì a Roma. Nella città eterna ebbe, 
sulle prime, secondo il Crasso, il Nicodemo, G-iamraatteo 
Toscano ed altri, accoglienze benevoli, e la protezione di 
principi e prelati, dei quali, con la sua cultura ed arguzia, 



(1) Sappiamo daU'Arrivabene, leti, cU., e. XLiv v., che a mettere 
insieme questo libro, il Franco lavorava fin dal suo primo giungere 
in Mantova. 

(2) Vedi n. 1*. 

(3) Lettere alV Aretino, ed. cit., p. 282. 

(4) PM., e. 311 V., 435 V.; Priapea, ed. cit., p. 170. 

(5) Cfr. Fisi, vulg.y e. XLii v. 

(6) C'induce a credere ciò il non trovarsi pubblicata in quella 
città alcun'altra di quelle opere, che il Franco teneva in pronto per 
il Ruffinelli, e il non essere neppure venuto alla luce il secondo vo- 
lume dei Dialoghi marittimi del Bottazzo, di cui il Franco, nella ti- 
pografia ruffinelliana, curava la stampa. Rimase pure al solo primo 
libro la raccolta Delle lettere di diversi autori (1547), che lo stesso 
Ruffinelli aveva cominciato a stampare, certamente per consiglio e 
sotto la direzione del nostro beneventano. 



— 35 — 

rallegrava le conversazioni. Il Toscano anzi aflferma che 
ordinossi sacerdote (*). Essendo entrato ai servizi del 
cardinal Morene, è facile, che, siccome questo prelato era 
tenuto come uno dei secreti fautori della Riforma, anche 
il Franco sia venuto in sospetto d'eresia. Quello che da 
tutti si sapeva della vita di lui, non gli era di valevole racco- 
mandazione; né potevasi credere sincera, se anche avvenuta, 
la sua conversione al sacerdozio. Se a Napoli, come dice il 
Dolce, aveva fatto il palafreniere per vivere, qual maraviglia 
che a Roma facesse il prete per guadagnare? Che il nuovo 
abito però non gli avesse mutato il costume, ce l'attestano, 
oltre il Toscano, le satire mordaci con cui disfogava l'animo 
irrequieto e insoddisfatto. Difficile est satiram non seri- 
bere era uno dei suoi motti; e tale sentenza faceva inci- 
dere sotto i suoi ritratti, e stampare sul frontespizio dei 
suoi libri. Aveva già pubblicato, nel 1548, a Basilea, presso 
Michele Grineo, la terza edizione della sua Priapea voi- 
garey con l'ultima correttone di sua mano notata, e con 
la giunta di nuovi capricci, tra i quali notevoli i sonetti 
sul Concilio contro Paolo III, e i due veramente sanguinosi 
in morte di Pier Luigi Farnese. E non bastandogli avere 
divulgata a Roma la sua Priapea latina, alcune copie 
della quale, per opera dello stesso Pontefice, furono date 
alle fiamme, scrisse satire contro Paolo IV; e dovette ri- 
correre all'intercessione del Morene e di altri per causare 
il castigo severo che gli si voleva infliggere ('). 



(1) Ecco ciò che dice il Toscano : « Mox Venetiis Romam se con- 
u tulit, ubi cuna aliquot annos sacris initiatus vixisset, denique in 
a maledicendi morbum recidit n. 

(2) Cfr. TiRABOSCHi. St. d, leu,, ed. cit, v. iv, p. 137, e Bonqi, 
Ann, cit.f V. I, p. 17. Questi, riporta il tratto deW Ammirato che 
servi di fonte al Tiraboschi. 



— 36 — 

Ben mutate erano le condizioni politiche e religiose 
d'Italia in quella seconda metà del secolo xvi. I principi 
italiani, e specie il Papa, non erano piti disposti a tollerare 
la licenza eccessiva degli scrittori, come lo erano stati nei 
primi anni di quel secolo, specie ai tempi di Leone X. 
Pasquino, che tanti poeti aveano fatto parlare, ora faceto, 
ora adirato, sempre mordace, era spesso costretto a tacere (*). 
Si preludeva a quel periodo di reazione, che fu poi sancito 
dal Concilio Tridentino, e che mortificò Tarte e le lettere, 
le glorie piti belle che fossero rimaste all'Italia, dominata 
da un capo all'altro dagli stranieri. Il Franco tacque finché 
Paolo lY fu vivo; ma quando questi morì, egli non seppe 
tenersi, come certo avranno fatto moltissimi altri mal- 
contenti di quel Papa, e come era costume in Roma alla 
morte di un Pontefice e durante il Conclave, di morderne 
e infamarne la memoria con distici latini e pasquinate (^). 

Ma oltre che nelle pasquinate, in altro genere di satira 
pubblica dovette certamente esercitarsi lo spirito maledico 
del Franco. Nel 1563 cominciarono a pubblicarsi in Venezia 
i cosi detti Avvisi j specie di giornali, nei quali venivano 
registrati gli avvenimenti del giorno, per dare notizie, in 



(1) Sul carattere della poesia pasquillica cfr. L. Morandi, Pre 
fazione ai Sonetti romaneschi di G. B. Belli, Città di Castello, 1889; 
D. Gnoli, Le origini di maestro Pasquino, Roma, 1890 (estr. dalla 
Nuova Ant, s., iii, voi. xxv); A. Luzio, Pietro Aretino e Pasquino, 
Roma, 1890 (estr. dalla Nuova Ant,, s. ili, v. xxvii); V. Rossi, Pa- 
squinate di P. Aretino, Palermo, 1891 ; di nuovo A. Luzio in Grìor- 
nale stor, d, leti. ital. v. xix, fase, i, 1892, pag. 80 e segg. ; e infine 
G. A. Cesareo, Pasquino e la satira sotto Leone X in Nu<nya Has- 
segna, anno ii, n. 1 e segg. 

(2) E. Menagio, Le origini della lingua ital., Genova, A. Choùet 
p. 139. 



— 37 - 

ispecial modo, dei moti dei Turchi, più che mai minacciosi 
sotto Solimano (*). Passati a Roma, questi ^wisi dege- 
nerarono in libelli, e il Franco allettato dalla novità, do- 
vette darsi facilmente al mestiere di gazzettante in quei 
fogli, contro i quali Pio V, nel Concistoro del 10 febbraio 
1569, scagliò i suoi fulmini, minacciando pene severe. Salvo 
queste piuttosto scarse congetture, che dati assolutamente 
sicuri sulla vita del Franco a Roma, ben poco ci è dato 
sapere di quegli ultimi suoi anni. 

Si viene già alla triste tragedia della sua fine. Il Franco, 
secondo l'informazione che Bernardino Pio, ambasciatore di 
Mantova a Roma, dava alla sua Corte, era stato posto alla 
inquisizione già il 13 luglio 1568 ('). Non sappiamo se egli 
sia sempre rimasto in carcere fino all'll marzo 1570, 
giorno nel quale fu impiccato per ordine del terribile 
Pontefice Ghisilieri. Gli Avvisi di Venezia, collezione me- 
dicea, riferendo le notizie romane di quel giorno, annun- 
ziano il fatto con queste parole: « Questa mattina Messer 
Nicolò Franco, già servitore di Morene, è stato impiccato 
in Ponte. Si dice per avere infamato diversi signori il- 



(1) Prima che comparissero questi Avvisi, l'Aretino aveva messo 
a profitto i itidiciij fogli volanti, nei quali gli astrologi solevano, al 
principio di ogni anno, stampare i loro prognostici, convertendoli in 
ispecie di riviste anauali^ simili a quelle dei nostri giornali umori- 
stici. Il Luzio, tra le lettere dell'Are tino ne ravvisa molte d'occa- 
sione, che a guisa di giornali, dovettero essere pubblicate alla spic- 
ciolata, come quella al Re di Francia sulla battaglia di Pavia, 
all'Albizzi sulla morte di G-iovanni de' Medici, al Papa e all'Impe- 
ratore pel sacco di Roma, ecc. (Cfr. Luzio, Pietro Aretino nei primi 
suoi anni a Venezia, e la Corte dei Gonzaga. Torino, 1888, p. 5 e segg.). 

(2) BONOI, Le prime gazzette in Italia in Nuova Ant,, s. Ili, voi. xi, 
p. 316; lo stesso, Ann, cit., V. i, p. 18; A. BbrtoIjOtti, Martiri del 
libero pensiero, ecc., Roma, 1892, p. 50. 



— 38 — 

lustrissimi, et per bavere corrotti alcuni ministri di giu- 
stizia » (*). 

Ma non solamente per questo dovette il Franco lasciar 
la vita sulle forche. I suoi osceni sonetti, i suoi mordaci 
pasquini, le accuse terribili cbe scaglia in parecchie sue 
lettere, nella Priapea e nella PhUena, contro i prelati, il 
risentimento vivo dei principi e dei potenti cbe egli aveva 
tante volte offeso, dovettero spingere il severo Pontefice a 
punirlo in modo cosi violento e terribile. Sicché anche il 
buon Tommaso Garzoni (*) mette tra i cervelli maligni e 
perversi quello del Franco: « Questa petulante maldicenza, 
egli scrive, ha passato sì i termini del giusto et dell'onesto 
all'età nostra, che si son visti nuovi Theosi da' denti rab- 
biosi, nuovi Zoili e nuovi Momi, nell'Aretino, nel Franco, 
nel Landò e molti altri, c'hanno fatto stroppiare Pasquino, 
rompere le braccia a Morforio e sfrisar loro stessi, co' pu- 
gnali dell'infamia, di ferro et acciaio insieme. Qual'è quel 
principe che non sia stato tocco da loro? Qual'è quel si- 
gnore che non sia stato ingiuriato? Qual Re, qual Papa 



(1) BoNGi, Annali, ecc., V. i, p. 19. Cristoforo du Puy, in un libro 
intitolato Perroniana, dove sono raccolte le conversazioni di un suo 
fratello col cardinale Du Perron, al quale era addetto, narra i se- 
guenti particolari della morte del Franco, che furono riportati dal 
Crescimbeni nella sua Storia deUa volgar poesia, u Quand il fust con- 
damné à estre pendu à Rome, le Cardinal Aldobrandin, frère du 
Pape Clément, qui estoit de la Compagnie de la morte, le confortoit, 
N. F. estant monte à Téshelle, et apprendant la mort, dit ces mots : 
u Come N. F. alle forche? È possibile? ». Le Cardinal luy respondit : 
u Come Messer Nicolò? Ecco Cristo in croce per voi », en tirant 
de dessous sa robe un Crucifisse qu* il luj montra, se qui le remit 
tout à soy, et il se reconnut ». 

(2) Cfr. T. Garzoni, Teatro de ixiri et diversi cervelli mondani, 
Venezia, 1617, p. 83. 



— 39 — 

c'habbia sfuggito le pasquinate et i detti di queste lingue 
profane e scellerate? ». E Remigio Fiorentino non ha pa- 
rola alcuna di biasimo neppure lui per il Papa, che ordi- 
nava pel Franco il supplizio della forca, allora assai co- 
mune; anzi dice che questo, per la sua mala lingua, non 
meritaya altra morte che quella, e lo chiama ancora male- 
dico, disonesto, maligno e sfacciato (*). 

Da queste parole si rileva che la misura adoperata dal 
Papa contro il Franco non fu, né dovette a molti, date le 
idee di quel tempo, parere eccessiva. Né, per altro, noi 
sappiamo precisamente quali colpe siano state addebitate 
al Nostro, che invero non conobbe limiti nel dir male del 
suo prossimo. Non a torto certamente, come ci fa conoscere 
egli stesso (*), i suoi nemici dicevano di lui « che aveva 
mala lingua et velenosa, et che più tosto la si sarebbe 
cavata di bocca che avesse taciuto i difetti altrui »; egli 
che ne aveva pur tanti! Tuttavia ci fa pena il pensare che 
uno spirito veramente originale, un uomo di non comune 
dottrina, d'ingegno pronto e vigoroso, sia finito, come un 
volgare malfattore, nella grave età di ciuquantacinque anni, 
sulle forche. Eco di questo sentimento, che noi abbiamo co- 
mune colle menti più elette e cogli uomini più liberi di quel 
tempo, sono le parole di Scipione Ammirato, il quale ebbe a 
scrivere, poco dopo l'ignobile supplizio, quanto riferiamo: La 
fine del Franco « increbbe a ciascuno... considerando che 
cosi rigidamente erano i falli della lingua in quella città 
puniti, ove molte scelleratezze di mano erano molte volte 
restate impunite »,(^). Non mancò chi, alla morte dello 

(1) Remigio Fiorentino, Considerazioni civili sopra VHistoria di 
M. Francesco Guicciardini^ Venezia, 1582, p. 117. 

(2) Cfr. PhU., e. 133 r. 

(3) Cfr. Ammirato, Opuscoli, Firenze, 1637. Voi. ii, p. 249. 



— 40 — 

sventurato, e dopo, non scrivesse contro e a favore di lui 
epigrammi e poesie. Notissimo è il seguente: 

Qui giace il Franco, e la sua fama vola, 
Perchè a &rlo tacer fu di bisogno 
Che un laccio alfin cingessegli la gola. 



LE OPERE 



I. 
HISABELLA 



Per quanto il Crescimbeni dica che il Franco poetasse 
« con assai coltura e grazia », e che « dalle sue rime al 
certo avrebbe potuto gloriarsi d'aver ritratto non minor 
fama che utile » (*), noi moderni non possiamo al tutto 
menar buono il suo giudizio. È certo tuttavia che moltis- 
sime di quelle rime, che egli qua e là, nelle sue opere, 
afferma di aver composto, rime per lo più di argomento 
amoroso, non ci sono pervenute. Ma se noi dobbiamo fon- 
dare il nostro apprezzamento su quelle che ci sono rimaste 
che egli stesso ebbe cura di dare alle stampe, per deter- 
minarne sinteticamente il valore — se non vogliamo ripetere 
ciò che, con molta superficialità, scrisse il dotto fondatore 
dell'Arcadia, — sarà opportuno, per quanto ci può essere 
concesso, analizzarle partitamente, secondo l'ordine col quale 
farono composte, e cercare di metterne in rilievo il valore. 

Abbiamo già detto che la prima opera poetica a stampa 
del Franco è YHisahella ('), raccolta di cento epigrammi 
latini, genere di poesia allora assai coltivata dai moltissimi, 
che speravano ottenere qualche nuova fronda del glorioso 



(1) Cfr. Crescimbeni, Stor. d. Volg. Poesia, Venezia, 1730, Voi II, 
P. 1, pagina 407. 

(2) Nicolai Frangi beneventani, HisaòeUa — Napoli, 1535. 



— 46 — 

alloro, che aveva cìnto le fronti di quei poeti, i quali ave- 
vano illustrato il regno di Alfonso il Magnanimo. 

n titolo stesso dell'operetta è una adulazione, e ci mostra 
che il Franco, il quale ebbe sempre a lottare colla miseria, 
era, come fu sempre, in cerca di protettori e mecenati. E 
non solo il titolo, ma tutta l'opera è in lode di quell'Isa- 
bella di Capua, principessa di Molfetta, moglie di Ferrante 
Gonzaga, viceré di Napoli. 

Per dare maggior credito all'opera sua, il Franco finge 
di concedere a un Bartolomeo Camerario, giureconsulto, di 
pubblicare il suo libretto, del quale questi, con sì fatto 
artifizio, lascia intendere di fare grande stima. È il solito 
mezzo, tante volte adoperato da tanti autori in quel benedetto 
secolo XVI. Segue questa epistola un epigramma di un 
Antonio Sericeo, canonico beneventano, in lode del Franco, 
amicus oculissimus; poi un altro del Franco al lettore, 
ed infine una epistola in prosa all'invitto duca e magnifico 
principe Ferrando Gonzaga, luogotenente dell'imperatore 
nel regno di Sicilia. 

Comincia poi la centuria degli epigrammi, dedicata alla 
Isabella, di cui per tutta l'opera si celebrano la bellezza 
e ogni altra virtù che può adomare una donna. Si vegga 
un po' se il Franco trovi misura e modo nelle sue lodi: 

Bella Sisàbella^ magis cum te contemplar aperte 

Te magis exornat gratta^ forma^ decor^ 

Gratia juncta tibi^ plus est quam gratta^ forma 

Plusquam forma^ decer quam decer esse potest, 

Gratia te gratam^ fermesam ferma^ deceram 

Te decer ipse facit^ sed magis usque facit 

At si vera loqui liceat^ quae coleus in umbra 

Prespicit^ vultus sole micante tui^ 

Tu nen formosa es tandem^ non ipsa decora^ 

Non speciosa^ sed es, forma^ decor^ species. 



- 47 - 

Colle lodi di questa donaa comiucia propriamente la 
nostra raccolta, e colle lodi di essa deve necessariamente 
chiudersi. Nell'epigramma a cui alludo, il Franco senti il 
bisogno di aggiungere, che, se il poeta deve, di necessità, 
porre un termine alle sue parole, spese in onore e glorifi- 
cazione di lei, la bellezza della donna celebrata è senza 
fine: 

Infinita tuce crescunt spedacula formce^ 

Gum magis atque magis forma videnda manet^ 

Succedit formce nova forma^ atque omnibus horis 

Crescit in immensos et sine fine modos 

Non tu pulcra hodie es, quia eras pulcrior et mox 

Pulcrior^ hinc formce non Ubi finis adest^ 

Unum igitur dicam quid si tibi displicet? istud 

Non dicam. At dicam pace^ Hisabella^ tua. 

Pace^ Hisabella^ tua dico hoc. Tua forma necesse est 

Ut finem hoc hàbeat^ quce sine fine manet. 

Se noi volessimo istituire un paragone tra questi e i 
versi dei due poeti dal Franco tanto bistrattati, il Borgia 
e l'Anisio, ci si mostrerebbe sempre meno fondato, e più 
ingiusto l'ostentato disprezzo con cui egli qua e là, nelle 
sue opere, parla di quei due umanisti. Senza partecipare 
a tutto l'entusiasmo del Tallarigo pei versi dell' Anisio, è 
tuttavia certo che quelli del Franco ad un accurato para- 
gone non reggerebbero. Egli può ben farci sapere che sono 
suoi poeti preferiti Marziale e Ausonio, quest'ultimo, del 
resto, epigrammista pedestre e sciatto; ma i suoi epigrammi, 
anche a giudicare da quelli citati, non hanno niente della 
grazia e della festività del primo di quei due poeti. Sicché 
non è improbabile che quei due umanisti gli abbiano mosso 
delle censure, delle quali egli si sarà facilmente adontato, 
dando luogo, nell'animo suo, a quell'odio, che lo spinse a 



- 48 — 

perseguitarli nei suoi Dialoghi e nelle sue Pistole, come 
vedremo appresso. 

Anche in quest'operetta, e proprio in un mediocrissimo 
epigramma al lettore, si mostra la petulanza e la saccen- 
teria del Franco; il quale dichiara che avrebbe potuto, 
invece di cento, pubblicare ben mille dei suoi epigrammi; 
e al lettore, che se ne fa maraviglia, risponde: 

Nunc Ubi mille dari possum^ nam mille tenemus^ 
Sed prò mille aliis ista legenda damus (*). 



(1) Il Dolce, nella famosa lettera all'Aretino, parlando di questi 
epigrammi, dice che essi son tali a che i fanciulli ne compongono 
oggigiorno di migliori nelle scuole », e che essi, sin dal loro appa- 
rire, non ebbero diffusione. In quanto alla prima asserzione, non fa 
neppure bisogno dire che essa è dettata da passione ; e vi è ragione 
di sospettare che la seconda sia pure calunniosa. 



IL 

IL TEMPIO DAMOBE 



* — SnoAMi. 



Il Tempio cF Amore (*), che il Franco, come s'è detto, 
scrisse e diede alle stampe nel 1536, appena giunto in 
Venezia, è dedicato alla signora Argentina Rangona, da 
lui chiamata specchio di casta Beltade, « il cui proprio 
fu sempre agl'huemini dar grandezza, agl'ignoti gloria, agli 
oscuri splendore, et agl'impotenti potenza » (*). È composto 
di sessantasei ottave, e comincia con una specie di prologo, 
nel quale Amore, offeso da Momo, si lagna, piangendo, con 
Giove, perchè, avendo tutti gli Dei un tempio, egli solo 
non ne abbia: 

Celebrando gli Dei Tempio Natale 
Di Momo, Dio d'invidia acerbo et crudo, 
Era fra gli altri il vago & immortale 
Fanciullo, alato, pharetrato e 'ngnudo. 
Centra lui trasse Momo il ferreo strale 
Dinanzi al qual non vai maglia ne scudo, 
Et per miracol far del giorno eletto 
Di cieca invidia alhor l'accese il petto. 

Ond'ei piagato fra se stesso pensa 
Ch'insino a Momo havea Tempio et Honori, 
Di tanto onor pregiata ricompensa 
L'era cagion d'acerbi, impij dolori, 



(1) Tempio d'Amore di M. Franco, Venezia, Marcolini 1536. 

(2) Cfr. dedicatoria. 



— 52 — 

Poi eh' il Ciel largo a tutti i Dei dispensa 
Vittime, altari, sacrifici e odori. 
Solo ei, ch'adorna il Mondo & l'universo, 
Va (per Tempio no haver) fugato & perso. 

Così croccioso, et pien di sdegno & d'ira 
Verso il gran Gjove & Dei, piangendo disse^ 
Sarà la sorte mia sì alpeste & dira, 
Et vostre voglie irate in me sì fisse, 
Ch'ogni celeste Iddio nel Mondo mira 
Et scorge il Tempio suo, ch'altri gl'affisse. 
Solo io, che son secondo infra li Dei 
Non ho dove locar gl'alti Trophei. 

Te in Creta, Apollo in delo & Bacco in thebe. 
Giunone in Samo, ogniuno in qualche parte 
Frequento al Tempio suo l'ornata plebe. 
Mille altari ha Nettuno, & mille Marte, 
Onde hormai et gran ragion sarebe 
Donarmi un loco, ove, l'insegne sparte 
Raccoglier possa, & por tante mie palme, 
Corpi, Cori, Intelletti, spirti et alme. 

Queste smarrite van per l'universo. 
Et quanti per no haver tempio né loco 
Vittime & sacrifici al Mondo ho perso: 
Et quante volte è quasi spento il foco 
Che per andar così diviso & sperso 
L'ho visto venir manco a poco a poco: 
Et quanti, non sapendo ov'io mi sia 
Tornati a dietro son da mezza via. 

Li miracoli miei sì grandi & tanti 
Non è chi pinga in mura, né in tabelle. 
Li voti, li sospir, le voci, i pianti. 
Che soglion spesso andar fino a le stelle. 
Stanza non han, dove infelici Amanti 
Locar si possan fra le cose belle. 
Et benché in tutto il Mondo ogniun m'adora^ 
Son tutto, in tutto, & poi del tutto fuora. 



— 53 - 

L'invìdia o mal voler ti fa restìo 
A non farmi di ciò lieto & giocondo, 
Per contentarti al fin di tal desìo 
Cercarò haverla nel Tartareo fondo, 
Cosi reposto in sempiterno oblio 
Bestarà cieco, & senza amore il Mondo, 
Al fin voi lascierete il ciel superno 
Seguendo amor nel basso & tetro inferno. 

Ivi alzerò di voi l'alti Trophei, 
Gli titoli famosi, ove fian scolte 
Quante vittorie hebbi io de gli alti Dei 
Et di te acceso dal mio ardor più volte, 
Così surger vedrò grincendi miei 
Fra quell'anime affitte, in pena accolte. 
Ivi il trionpho arrò tra quelle squadre 
Del cielo, & di te stesso, & di mia Madre. 

Giove gliene concede uno, e gli dice dì scegliere il luogo 
dove esso debba sorgere. 

Contento Amor per la risposta amena, 
Eendendo al sommo Giove honore & gloria 
Volse in terra sua vista alma & serena, 
Com'huom, che del desir porta vittoria. 
Et per cotanti regni, ond'ella è piena 
Besta dubbioso alquanto in la memoria, 
Né per buon spazio loco alcun disegna 
Che sia stanza d'amor perfetta & degna. 

Amore elegge la città dì Venezia. 

Poscia fra l'alme elette & peregrine 
Che la bell'Hadria ogni hor producer sole. 
Trenta più belle elesse alme divine. 
Che simili giammai non scorse il sole, 
Queste fur le colonne altiere e fine 
Dove Cupido il Tèmpio assider vele, 
A tal più fermo fusse in ogni etade 
Vero Tempio d'Amore e di Beltade. 



— 54 — 

E ad ognuna di queste alme elette il poeta consacra 
una più ottave piene di lodi, cominciando da quella 
Maria Loredano, che egli celò poi sotto il nome dì Filena 
nel suo romanzo omonimo, e per la quale sin d'allora si 
infiammò d'amore. 

La prima fu l'invitta alma Maria 
Che d'arbor trionphal adorna il nome, 
Però ch'ognihor si vede in leggiadria 
D'alta corona insuperbir le chiome, 
Questa ad Amor fra l'altre par che sia 
Degna nel Tempio haver le prime some, 
.Questa conclude già ponere in cima 
Bella fra belle e de le belle prima. 

Ecco come il Franco loda la signora Marina Mosto: 

Rose, Gigli, Ligustri, Herbe, Viole, 
Oro, Gemme, Rubini, Perle & Ostro, 
Ciel, Paradiso, Stelle, Luna & Sole, 
Vedendo nel honor del secol nostro 
Marina Mosto, Amor la elegge & vole 
Che sia Colonna al suo beato chiostro. 
Ove cotanto ognihor si specchia & mira 
Che per dolcezza piange, arde, sospira. 

E della signora Orsa Foscolo dice : 

Orsa Foscolo al bel numero altiero, 
Amor congiunge & qui forma l'ingegno, 
Et dice fra se stesso, ecco chi spero 
Che sola mi può dar la face e '1 regno, 
Questa con sua bontà, con cor sincero 
Col sol del viso suo fulgente & degno 
Despregiar mi farà com'io discerno 
La Terra, il Cielo, il Mar, l'Aria, l'Inferno. 

Dopo avere elogiato ad una ad una tutte trenta le 
colonne scelte da Amore per edificare il suo tempio, il 



- 55 - 

poeta ci dice come Amore, il grande fabbro, le abbia di- 
sposte: 

Queste divise Amor nel Tempio adorno, 
Quindici a Tuna, e tante a l'altra parte, 
Tal che mirando va tutte d'intorno 
Mentre ciascuna poi loca e comparte, 
Coprir non basta la letitia e '1 scorno 
Ch'have de la bell'opra & di tant'arte, 
Quando le vide erette al giusto loco 
Si fé di ghiaccio & poi mutossi in foco. 

Provvide che alle fondamenta e alle mura fossero date 
tempre di dolce gratta che Valme abbaglia et non si 
scema o vede; provvide al tetto, agli altari, alle porte, alle 
finestre, e volle che in quel suo tempio vi fossero, oltre 
che la sacristia e la lampada, financo le sepolture. 

A mille a mille fé le sepolture 
Ch'in amor mille volte al dì si more, 
Di disperation son tutte oscure 
Che per morta speranza è nero il core. 
Le pietre che stan sopra ferme e dure 
Son speranze che coprono il dolore. 
Che la morte d'amor talmente è ordita 
Ch'ognihor si spera ritornare in vita. 

Ma Amore non è ancora contento, e vi colloca le cam- 
pane, Tergano, gli ornamenti, l'acqua santa, i miracoli, 
le spoglie, i sacerdoti, il banditore, il titolo, e solo allora 
completa il suo famoso tempio. 11 raro opuscolo termina 
con una canzone di Quinto Gherardo al Franco, e una 
canzone di risposta del Franco; vi sono poi un'altra sua 
canzone e sette madrigali in lode del glorioso miracolo di 
hellezza Madonna Giulia Bizzia o Riccia ; ed in fine la 
sottoscrizione di qualche importanza: Faciebat et ioca- 
hatur Francus. Ut Momulus et rabulae cum Ilarpocrate 



— 56 — 

sileantf che ci mostra quanto il Franco tenesse a codesta 
sua operetta, e come fin d'allora egli si fosse suscitato 
contro dei nemici. 

Pregio poetico queste ottave e le altre composizioni del 
Tempio ne hanno in vero pochino. Appare evidente che il 
Franco, in questo degno discepolo dell'Aretino, abbia com- 
posto questo poemetto per ingraziarsi quelle belle dame, 
le quali, sperava egli, che, inorgoglite delle esagerazioni di 
quelle lodi piene di artifici retorici, di fioretti e di tropi, 
ne dovessero ricompensare largamente l'autore. Ma se dob- 
biamo credere all'Aretino, dalla signora Rangona il Franco 
avrebbe avuto in premio delle bastonature eroiche (*). Come 
sia stato rimunerato dalle altre non si sa; ma non pare che 
il Franco a Venezia abbia goduto mai di altre agiatezze, 
tranne di quelle procurategli dall'Aretino. 



(1) n Casali, op. cit., p. 27, non crede, per buone ragioni, a co- 
deste parole dell'Aretino : « Tale asserzione, egli dice, pare per altro 
non vera; perchè non è presumibile che il Marcolini avesse voluto 
imprimere coi suoi tipi un'opera, che doveva irritare a tal segno 
quella signora, colla quale aveva relazione di famigliare servitù; 
nò tampoco è da credere che al Franco ricorresse Tanno appresso 
per indirizzare al conte Guido, sposo dell' Argentina, una raccolta 
di Musica in canto figurato, se la narrazione deirAretino fosse stata 
veridica ». 



III. 
LE PISTOLE VULGARI 



Dovendo noi ora parlare delle Pistole vulgari (*) del 
Franco, ci preme anzitutto sbarazzare il nostro terreno da 
una questione preliminare. È stato mosso il dubbio se co- 
deste lettere sieno o no reali, e non piuttosto artificiosa- 
mente indirizzate dall'autore a questo e a quel personaggio, 
per dar credito al suo nome, e far del rumore intorno a se 
stesso. Veramente tale è il carattere di verità che spira 
da tutto codesto epistolario, e si ben rispondente a ciò che 
ci è dato sapere della vita del Franco, che il dubbio non 
ci pare neppur lontanamente ammissibile. Pure l'egregio 
cav. Tessier (e il suo amico monsignor Jacopo Bernardi è 
del suo parere) s'è indotto a credere il contrario ('), e, di- 
ciamolo subito, per una serie strana di equivoci. 

Il dotto bibliografo veneziano, non avendo forse da un 
pezzo riletto l'epistolario di cui c'intratteniamo, ebbe a so- 
stenere che esso, « in generale, non sia che un tessuto di 
fantastici e capricciosi propositi », e « che non sia da fare 
assegnamento alcuno sulle precitate lettere per ciò che ri- 
guarda l'agognata biografia del Franco » ('). E questo, egli 
dice, per parecchie ragioni. Anzi tutto perchè sono molti 

(1) N. Franco, Le Pistole vtUgari, Venezia, Gardane, 1539. 

(2) Cfr. Giornale di Erudizione^ v. i, n. 10, p. 145 e segg. 

(3) Cfr. pp. 148 e 150. 



- 60 — 

i Principi a cui egli dirige le sue lettere, e non è pos- 
sibile che il Franco abbia potuto avere relazione con tutta 
quella gente; poi per l'incongruenza d'indirizzi a persone 
ignote piuttosto ideali, come Philocalo da Troia, Ercole 
da le Maniche, ecc.; ed infine perchè il Franco indirizza 
alcune di quelle lettere fiuanco a se stesso {^). 

A quest'idea il Tessier dovette essere indotto da un'os- 
servazione del Tiraboschi (*), il quale, volendo provare che 
il Franco non fosse nato nel 1515, si serve di questo ar- 
gomento: « Tra le lettere di Nicolò, stampate nel 1539 — 
egli nota — ne abbiamo alcune scritte nel 1531 al Ee 
Francesco I, al Duca e alla Duchessa di Mantova, e ad 
altri cospicui personaggi. È egli possibile che di età di 
poco oltre a quindici anni egli osasse tanto? ». Or chi 
conosce che uomo fosse il Franco, ne ha studiato con 
amore la vita, e sa quanto grande fosse il suo ardimento 
e la precocità del suo ingegno vigoroso, e come impellenti 
i suoi bisogni sin da' suoi primi anni, non si meraviglierà 
certamente di ciò. A Napoli, a Roma, vagando qua e là 
per l'Italia, il nostro Nicolò avrà avuto tutto l'agio di co- 
noscere molti di quei signori, ai quali egli indirizza le sue 
lettere per estorcerne qualcosa, sebbene concediamo che da 
alcuni di quelli possa essere stato conosciuto appena. 

Anche le note parole dell'Aretino, il quale accusa il Franco 
di aver finto di scrivere al Re di Francia (*), avranno con- 
tribuito a confermare il Tessier nel suo errore. Noi però 
non sappiamo proprio vedere la ragione perchè quelle lettere 



(1) Cfr. p. 149. 

(2) Cfr. Gr. Tiraboschi, St. d. leU, it., ed. cit., v. iv, p. 137. 

(3) Cfr. P. Aretino, Lett.^ ed. cit, v. ii, e. 99 v.: « ebbe tante 
trippate (il Franco) qaante lettere lo sfacciato havea colla tenacità 
sua finto di scrivere al re di Francia ». 



- 61 — 

debbano essere immaginarie. Tutti i letterati di quel tempo 
solevano indirizzare a Principi, Monsignori, e financo a Re, 
lettere, dedicazioni, senza che fosse necessario che li cono- 
scessero direttamente (*). Tale era la condizione dell'uomo di 
lettere d'allora. Non aveva fatto così l'Aretino, con cui il 
Franco entrava, colla pubblicazione del suo epistolario, in 
concorrenza? Ma c'è di più. Le lettere dirette a Francesco I, 
il Franco doveva avere poco interesse di farle conoscere al 
pubblico. Egli chiede, chiede, ma non ne ha che ripulse 
e ripulse; talché alla fine si pente di avere scritto tante 
lettere a quel Re, e di aver perduto il tempo a lodarlo. 
Lo stesso dicasi delle lettere dirette ad altri personaggi. 
Non è possibile che tutto ciò sia una finzione. 

Confessiamo che di Ercole da le Maniche (nome che non 
ci pare in verità meno strano di tanti altri che corrono alla 
giornata) non ci è riuscito di avere alcuna notizia. Pure 
se ne avessimo tempo ed agio, c'imprometteremmo di ri- 
pescare questo nome in qualche vecchio libro d'erudizione, 
in qualche repertorio bibliografico. In quanto a Philocalo 
da Troia, nome per verità alquanto più strano dell'altro, 
abbondano, più che non scarseggino, le notizie. Basterà qui 
il dire che appartenne all'Accademia dei Pontaniani; che 
fu lettore nello studio napoletano, dove commentò parecchi 
classici latini; e che senza dubbio fu in relazione intima 
d'amicizia col Franco (*). 

È stato poi un eiTore del Tessier l'avere affermato che 

(1) A. Graf, Attraverso il cinquecento, Torino, Loescher, 1888, 
p. 109-11. 

(2) Su G-iovanni Philocalo da Troia più ampie notizie si trovano 
in Chioccarbllo, De iUustr. script, NeapoL, p. 349. Nacque a Troia, 
a dodici miglia da Foggia, in principio del sec. xvi. Scrisse parecchie 
opere in latino e in volgare, fra le quali un Genethliacum carmen, 
per la nascita di un figlio di Alfonso d' Avalos, stampato a Napoli, 



- 62 - 

il Franco dirìga delle lettere a se stesso. In questo errore 
Tavrà tratto il vedere che nell'edizione originale del nostro 
epistolario, le lettere indirizzate da Nicolò al fratello Vin- 
cenzo, sono cosi indicate: *11 Franco al Franco »; mentre 
nelle posteriori edizioni è messo intero il nome del fratello, 
del quale ci siamo più volte intrattenuti in questo libro. 
Sicché, da quanto abbiamo detto, emerge, che, non essendo 
vero che le Pistole del Franco siano un tessuto « di 
fantastici e capricciosi propositi », è falso che non se ne 
possa fare assegnamento alcuno per la biografia del nostro 
autore. Anche dalle lettere indirizzate a cose e persone 
evidentemente ideali, come alla Lucerna ^ alla Fama, ad 
Amore, dlVInvidia, si possono ricavare accenni biografici 
di qualche valore per la vita dello scrittore beneventano, 
e notizie di qualche interesse per la storia del costume 
dei tempi. 

Pubblicate, come s'è detto, nell'aprile del 1539, ed ori- 
gine, se non certamente unica, ma precipua delle vivis- 
sime contese, di cui abbiamo fatto parola, queste Pistole 
vanno dal 10 settembre 1531 al novembre di quell'anno. 
Sono scritte da Napoli, da Benevento, da Roma, dalla 
Tripalda, da Padova, la più parte da Venezia; e indiriz- 
zate a personaggi del tempo assai noti: al Re di Francia, a 
principi italiani, ad ambasciatori, a grandi prelati, a filosofi 
e letterati suoi amici. Alcune poche son dirette al fratello 
Vincenzo. Ce n'è poi parecchie rivolte a cose o ad esseri 
ideali, ad intere classi di persone, o scritte in nome loro ; 
notevolissime quella della Lucerna e quella BÌYInvidia. 



per Jo. Sulzbacchium Hagenovensem Germanurrty nel mdxxxi, che 
venne ristampato nel nostro secolo, senza luogo né anno, ma proba- 
bilmente a Venezia. Mori d'anni 64. Il Franco gl'indirizza così la 
sua lettera: «al suo Philocalo da Troia». 1 



- 63 ^ 

Le lettere indirizzate a Francesco 1 sono in numero di 
ventiquattro. In esse campeggiano tutte le arti, che allora 
i letterati adoperavano per istrappare ogni genere di doni 
ai signori, o a gran maestri, come essi li chiamavano, ai 
quali indirizzavano, specie nelle dedicatorie, Tincenso delle 
loro smaccate lodi. In quelle lettere dall'adulazione più 
invereconda e sfacciata, dairumiliazione più abbietta, si passa 
allo scontento più o meno dissimulato, perchè la liberalità 
del Re si fa a lungo aspettare ; e pare, a volte, che sotto 
le ampollose parole di lode, si celi la punta della ironia. 

Al Re Francesco, tra le altre adulazioni, dice: « Le 
vostre lodi mi ministrano i bei vocaboli, mi prestano le 
belle e dotte clausole, e mi concedono le vaghe invenzioni. 
Non le righe de l'altrui prose, ma le accomodate, ornate 
e splendide maniere de i vostri honori m'inderizzano per 
la via, e fanno che paia vago e spettabile ciò che ne parlo 
scrivo. Et oltre acciò, sondo a me, quasi destinato dal 
cielo, più che a ciascun altro Tesseguir le fatighe di questa 
impresa, par che il favore celeste m'ispiri, ove non ispi- 
rarebbe a tutti, se là suso non è prescritto... Et però 
dunque se vi pare ch'io faccia ciò che farebbe ogni spirto 
sollecito de i vostri honori; la Maestà Vostra, che può 
rendere di ciò ragione meglio di ciascun altro giudice che 
si sia, resti contenta di mostrarne fede appresso coloro, 
che non vogliono credere, ch'io sia tale. Né questa fede si 
faccia con altro segno, che con l'ampia patente de la sua 
cortesia, sì come si concede a ciascuno che la dimanda. 
Rammentandovi ch'è opra di real'animo il confermare con 
ógni fede le parole che si spendono con leal animo ne la 
gloria de i suoi fatti » (*). 



(1) e. XXI V., XXII r. 



- 64 — 

Ai 3 di settembre del 1537 gli dice di essere intento a 
scriverne la vita, ed aggiunge che ha dovuto fermarsi a 
quel punto che riguarda la virtù della liberalità, « per 
non togliere il merito de Thistoria a la fede de gli occhi 
propri » (*). Gli dice ancora che lo ha dipinto principe 
devoto a Cristo; che lo ha descritto bello, gagliardo, poten- 
tissimo, pieno di gloria e di splendore; che nulla ha trascurato 
di quel che egli sapeva con certezza; e lo prega di mandargli 
quanto ei cMede, perchè possa « consacrare all'eternità i vo- 
lumi de la sua gloria dettati dalla fama ». E siccome Fran- 
cesco I, poco bramoso dell'immortalità che gli avrebbe po- 
tuto procacciare il Franco, non risponde, questi gli è attorno 
con nuove lettere, inchinandosi, umiliandosi, or mostrando 
fiducia nella generosità del Re, ora lagnandosi, tra grave 
e faceto, del tempo sprecato a lodarlo. Ecco ciò che egli 
scrive nella sua lettera del 16 maggio 1538, una delle 
ultime con le quali lo tormenta: « Rare volte penso a 
la Maestà V., che non dica fra me stesso ridendo: s'io 
havessi speso tanto tempo ne le bugie de la poesia, o in 
studiare il Petrarca, o in seguir l'amor de le donne, o 
gir presso a Platone, quanto ne ho speso per seguir la 
devotione de l'Altezza Cristianissima, buon per me, e per 
l'anima mia: perchè havendolo fatto con la vehementia di 
quel core, e di quella fede, con che v'adoro, quanti poeti 
son nel mondo si potrebbero con ragione ridere del fatto 
mio, sì come io senza ragione mi rido del fatto loro. E nel 
Petrarca haverei fatto tauto profitto, che i Petrarchisti si 
potrebbero sfidare a fatto saper infilzare meglio di me; 
pater nostri di scaltro avorio e con unquanco d'ebano. 



(1) e. XLII V. 

(2) Ibid. 



- 65 - 

Et in seguir le Madonne, tutte le haverei fatto buttare da 
i balconi, eom'io fusse stato un Narciso ben formato in 
basta et in pecunia. In philosofia poi, se non ci fusse ra- 
gione appresso le sue ragioni, perchè conto rhuomo deve 
andare a casa del gran diavolo, io sarei diventato huomo 
per assegnarlo, & harei saputo dire, perchè Iddio vele 
così. Detto che ho questo, rivolgendo ogni sentenza in con- 
trario, torno a dire. E che sarebbe mai, quando io havessi 
speso il tempo in alcun mistiero de i suddetti? Primiera- 
mente io sarei poco meno più furfante poeta di quel che 
sono, perchè sondo certo di non poter diventare un Ver- 
gilio, né un Fontano, sarei pur di quegli di mezza taglia. 
Da la pratica del Petrarca che m'harebbe potuto seguir 
altro, ch'esser chiamato rampino de' versi altrui, & esser 
posto in ore infantium et lactantium, sempre c'havessi 
fatto un sonetto. Da le donne che prò harei potuto ri- 
trare ecetto nome di matto, mostrando di voler raccogliere 
il vento, e di far stabile la fortuna ? Da la philosophia che 
dimostratione harei potuto fare nel tempo mio, per dare 
ad intendere d'essere de la sua setta, se no farmi vedere 
co la cappa curta, co le ciglia lunghe, e co la barba sti- 
rata? Insomma conchiudo essere stato assai meglio haver 
posto il tempo dietro le speranze de la Maestà vostra, 
però che ne la pietà del Cristianissimo Prencipe fu sempre 
certa la ricompensa d'ogni divota fatica » (*). Non ostante 
tutto ciò, certo è che né il Franco ricevette dal Ee ri- 
compensa alcuna alle continue sue lodi (% né la storia 
di Francesco I venne mai in luce. 



(1) e. LVII r. 

(2) Il Crasso, Elogi, ecc, Venezia, 1666, V. i, p. 43, dice che il 
Franco « da Francesco I venne onorato e premiato con magnifici 
doni » ; e lo stesso asserisce il da Nicastro, op. cit., p. 169; ma queste 

5 — SlMlANI. 



- 66 - 

Le stesse arti e la stessa improntitudine si ritrovano 
nelle lettere che il Franco dirige al Duca di Mantova, al 
Duca e alla Duchessa d'Urbino, al Duca d'Atri, al Duca 
di Camerino, ai Cornaro, ai Loredano, al doge Gritti, e ad 
altri. Poca o nessuna importanza hanno le lettere che in- 
dirizza ai letterati suoi amici, anch'esse piene di lodi più 
meno esagerate. Al Dragonzino scrive, che, se egli metterà 
insieme una mezza dozzina di capitoli simili a quello che 
gli ha mandato, il Borni darà all' arme. A Bernardo Ca- 
pello manda dei versi, perchè facendoli passare dinanzi il 
suo giudizio, per essere un paragone di chiara finezza, 
tolgano da quello ogni loro pregio. Dopo aver lodato a 
lungo M. Lorenzo Veniero, dice in fine, che teme di bia- 
simarlo non sapendo lodarlo abbastanza. E con simili ar- 
tifizi e giochetti, spesso oscuri, che preludono allo stile 
dei secentisti, egli comincia o chiude parecchie di quelle 
sue lettere. 

Si leggono invece più volentieri quelle contro Francesco 
Borgia (*), Giano Anisio C) e Crispino dalla Tripalda. i 
Lo stile del Franco diviene in esse efficace, frizzante, pit- 
torico, mentre sotto una grandine d'ingiurie, spesso atroci, 
cerca di sopraffare i due umanisti napolitani ed il gram- 
matico tripaldese. Il suo linguaggio non conosce freno, e 
discende spesso alla contumelia volgare, anzi grossolana. 

Si senta — e chiediamo scusa delle citazioni un po' lunghe 



I 

sono senza dubbio deHe supposizioni. Nessun cenno delle lettere 
del Franco a quel Re, né altra testimonianza valevole, ci autorizza 
a ritener vere tali asserzioni. ! 

(1) e. XCV V. 

(2) e. XCVI V. Su l'Anisio vedi lo studio di C. M. Tallarigo 
(in Cronaca del III Beai Liceo di Napoli), Napoli, 1876 ; pel Borgia 
ancora: Mazzucchblli, Gli scritt d'It.j Brescia, 1762, V. li, P. iii, 
p. 1749. ! 



— 67 - 

— qual po' po' di roba egli riversi sul capo del povero 
Borgia. « Può fare Santo Genaro, con Santo Anello, che 
voi con la Poesia vi pensate volare al cielo, dandovi ne 
la vecchiezza tanti fastidi per quattro versi merdosi, che 
depennate, alhora che dovete stare in letto, rallentar cor- 
reggia e far le fica a la morte, che ne la vanticamera 
vi canta la mattinata? Che cosa son queste vostre? Sete 
forse rimbambito per mala sorte? Ben dice il proverbio che 
i vecchi mostrano d'essere putti due volte ne la loro vita. 
Ogniuno mi scrive di Napoli, il Borgio non si conosce, il 
Borgio è diventato una fantasma, il Borgio è tornato un 
tanto da poco, per lo gran studio ch'I consuma, che s'egli 
non havesse pubblico nome di pedagogo, tutti lo tenereb- 
bero per un cimitero di mali spiriti. Che diavolo vi pensate 
fare a dire il vero, poi che volete ch'ella vi monti? Che 
fretta è la vostra d'andare nel Monte Parnaso cosi volando? 
Mi potrete dire: io son vecchio in Alleluia, & hoggi o 
domani verrò morendo: e se non ci vo co' miei piedi, 
mentre son vivo, volete che mi ci menino i fratacci, quando 
le campane soneranno il requiem? Egli è vero quel che 
voi dite. Ma sarebbe tanto gran cosa, se non ci andaste? 
Trascorriamo le cose: se v'intraviene (verbi gratia) qualche 
colica passio per la via, chi vi farà i rimedii? Chi vi cuo- 
cerà la panata? E chi vi caccierà dietro via un serviziale? 
Facciamo, che Montano vi serva e che sia buono per tutto 
questo: se il ronzino perde una scarpa, dove saranno i 
marescalchi?... Voi vi fate ponere ne i salti da quel ca- 
strone d'Abbate Anisio, il quale da l'hosteria di Parnaso, 
dov'egli è proposto per tavernaro, vi scrive tutto il giorno 
Pistole, Satire & Epigrammati, col dirvi che l'andiate a 
trovare; che vi vole accogliere a la parte, e che farete 
la vacca insieme. Onde voi facendo coda ritta a le sue 



- 68 - 

parole, vi rinchiudete le formighe nel capo, e poi vi met- 
tete la scuffia di zendado, e quella berrettaccia a mezza 
piega, onde non potete udire i vituperi che vi sono detti 
dietro le spalle, & innanzi il viso, per cagione di cotesta 
fernesia così humida; che non vi la toglierebbe il Divino 
Frate Angelico, né il miracoloso Siripanno con tutta la 
scienza de lor prediche... ». E poi, continua, siete sicuro di 
trovare il Dio Apollo? Non sapete che senza di lui non si 
entra in Parnaso? « forse vi parrebbe egli honesto che 
il Borgio da le braghe calate, c'entrasse la prima sera, e 
si domesticasse con le nove sorelle senza dir altro? Egli 
vi sarà bisogno, se volete spettare, d'alloggiare ne la cam- 
pagnia, e stando al disaggio del sereno, crepare di freddo 
e di fame senza proposito, e pur a la fine tornar a casa 
con le trombe ne i sacchi. Hora non ti muovere ser Huomo, 
statti nel mio Napoli gentile, poi che la buona sorte t'ha 
fatto snidare da i buoi di Basilicata, che non è la più 
bella cosa, che insegnare i C. U. CU, b. qualche giovanetto 
di lama vecchia come voi fate, e spingere su le gratie. Mi 
maraviglio del vostro farvi infregiare da l'essempio altrui, 
in voler fare pistole dotte e versi eleganti. Gli huomini 
non ponno esser tutti pari, né tutti i Pedanti tornar Pon- 
tani. Non è impresa di ogni braghiere farsi il Sanuazzaro : & 
non è soma di ogni bestia diventare il Carbone, o il Sum- 
nontio, il Gravina, fiori degli intelletti. Non è la meglior 
cosa per voi fare versacci ad otto & a nove piedi come 
le piattole. Il fatto vostro è accomodarvi a la libera. Non sta 
bene al vecchio andare stringato, che una stringa che gli 
tenga il braghetto gli basta assai. Elegantie a chi ne volo. 
Colori, argutie a chi è giovane, e puote, e non a te vec- 
chio; che non hai forza ne la balestra... ». L'autore chiude 
la lettera consigliando al Borgio di non esser più presun- 



-69 - 

taoso, di reintegrarsi neiramicizia degli uomini degni, e 
di non scrivere più versi (*). 

Né meno violento è contro TAnisio, che accusa di pe- 
derastia, mentre finge di scusamelo, e giustificarlo della sua 
debolezza con l'esempio degli antichi (*). Ed a Crispino 
dalla Tripalda, dopo aver fatto una lunga apologia delle 
coma, dice: « E però vi viviate, e moriate con le coma, 
Compar dolce, & poi che un sì bel pennacchio vi havete 
posto ne la berretta, godiatene lietamente. Chi perciò vi 
chiama bue, cervo, montone, becco e pecora, fate stima 
che vi dia per la testa di tutti quei titoli, che convengono 
ad un generale confaloniere di Comete come voi sete » ('). 

Di stile assai vivace sono anche la famosa e lunga lettera 
della Lucerna (*), in cui l'autore passa a rassegna sa- 
tireggiando ogni genere di persone; ricchi e poveri, suore 
e soldati, filosofi e ignoranti, letterati, poeti, grammatici, 
traduttori, stampatori per finire alle puttane e agli sta- 
maiuoli (^); quella alle Puttane (^) ove si inette in 
evidenza il loro specioso genere di vita; l'altra più breve 
ad Amore ('); quella alla Fama (*) in cui il Franco 



(1) e. XCV V. e segg. 

(2) e. CXVI V. Questa lettera, e Taltra diretta al Borgio, man- 
cano neiredizione dello stesso Gardane del 1542. 

(3) e. ex r. Pare che il Doni, {Baje della Zucca, Venezia Mar- 
colini, 1551, p. 42 e seg.) nella saa immaginaria lettera al Comieri 
da Corneto, facendo an lungo elogio delle coma, abbia tenuto 
presente questa lettera del Franco. 

(4) e. LXXII V. e segg. 

(5) Il Fona nella sua Lucerna, ecc., ediz. cit., p. 153, asserisce 
che questa lettera è quasi traduzione d'un dialogo di Maffeo Vegio 
da Lodi, di cui non cita il titolo, e che c'è rimasto irreperibile. 

(6) e. XCVII V. e segg. 

(7) e. CU V. e segg. 
(8} e. CIV V. e segg. 



— 70 — 

confessa di aver adorato nei primi suoi anni « il nome di 
lei, come quello d'un Dio »; e in fine quella slV Invidia ('), 
piena di allusioni ai suoi nemici. In alcune di queste let- 
tere il Franco, senza essere quello che ora si direbbe un 
umorista, pure è ricco di certa festività che fa rimpiangere 
che un uomo, quale egli era, abbia dovuto soflfocare quella 
briosa sua vena naturale fra le angustie di una vita da 
pitocco. Si legga a questo proposito anche la lettera di- 
retta a M. Bonifacio Pignoli, nella quale sparla dei medici 
e della medicina. Ne citiamo un brano: « Medici ah? Me- 
dici eh? Così la prima freddura di marzo ne spenga il 
seme tantosto, come è la più disutil canaglia; che sia fra 
gli huomini. Cristo^ muoiono mill'uomini da bene il giorno, 
per le man loro, e non c'è ordine, ch'essi sappiano, che 
cos'è morte. Ecco che ci assassinano al dispetto de le barbe 
nostre, e ci fan fare quello che essi vogliono, e son pur 
vivi, mentre noi tuttavia moriamo. Ma la morte ha ben , 
ragione di non volere niun di loro, perchè essi sono i ruf- 
fiani, che le fa bavere gli huomini a posta sua; perchè si 
vede che se non fossero le lor opre assassine la morte si ^ 
potrebbe lavar le mani così per tempo del fatto nostro. 
Io non so qual corpaccio di fiera, e bestiale pur a sua 
posta non distempreriano gli siroppi, le scamonee, gli hel- 
lebori e le mercorelle, che ne fanno tracannare con mille 
sdegni di stomaco, alhora che non pensamo, né havemo 1 
pur volontà di bere. A chi non toglierebbeno la sanità le 
pittime, e le forche de i loro distillamenti? Qual santo Giobbe 
non rinegarebbe il calendario per manco d'un quattrino, 
vedendosi vietare il bere quando s'ha sete, il cibo quando 
s'ha fame, e la quiete quando s'ha sonno? Venga un po' 



(1) e. CXVII r. 



— 71 — 

a me queirorinale di baleno, e quel cristiero di Avicenna, 
e mi rispondano mentre gli dimando, se i colpi che la 
morte ha destinati, essendo giunta l'ora, & il termine del 
suo luogo, si potranno ritenere per via d'un recipe? » (*)• 
Notevole, per la storia del petrarchismo nel cinquecento, 
sebbene meno arguta, è la lettera diretta al Petrarca, dove 
l'autore mette in ridicolo gli imitatori e gli studiosi del 
Cigno di Valchiusa: «Due infelicità, dice il Franco, sono 
intravvenute al Petrarca, la prima è stata la grande in- 
fluenza de i cementatori, i quali perchè si conosceano non 
valere ad altro, si son posti a cementare le vostr'opre vul- 
gari, ingegnandosi di trovarci novità di chimere, per parere 
ingegnosi, e di recarci ciancie infinite per mostrarsi fa- 
condi. Ma con che rumor di scodelle i lavaceci si vadano 
poi imboccando le sue fantasie, volendole intendere a suo 
dispetto, non ve '1 potrei scrivere per una lettra. E vo- 
lesse pur Iddio che fossero stati soli i processi fattivi 
sopra i versi, e i tormenti dativi sopra i sensi; perchè sono 
stati più i chiassi fattivi in dishonor de l'honore e del 
nome : per haver voluto investigare se voi feste o non feste 
quella cosa con Madonna Laura; s'ella ebbe marito o no; 
se fu sterile o se fé* figliuoli. Se il Cardinal Colonna ve la 
tolse a forza d'oro; se il Papa vi promettesse il Capello 
volendogli consentire una sorella, di cui era invaghito, con 
tante altre sporche dispute ch'io mi vergognarei d'anno- 
verarle scrivendo... L'altra rovina, e forse peggiore è stata 
l'haver dato ne le mani di coloro, i quali con la scusa di 
essere gl'imitatori del vostro stile, non si sforzano già di fare, 
con le lor penne, né con gl'ingegni una strada, che paia 
fatta come la vostra, senza haver di quelle pietre medesime; 

(1) e. LXI V. 



— 72 - 

ina scoprendo gli altari, la sacristia, e tutto il coro del 
sempiterno tempio, che vi faceste con l'intelletto, han fa- 
brìcato e fabricano ad ogni ora le lor case matte in aria. 
Dico che credendosi parer voi, non solamente si servono 
del vostro dire, ma de i mezzi versi, de le sentenze, de le 
invenzioni, de gli spiriti, e di ciò che havete di bèllo e 
di buono. Né vi han lasciato né oro fino, né zaffiri, né 
diamanti, né perle, né coralli, né avorio, né ostro, né ebano, 
né alabastro, né fiori vermigli, né bianchi, né gialli, ne 
panni verdi, né sanguini, né oscuri, né persi. La bella è, 
che poi con l'usura del vostro, vogliono gareggiare a chi 
meglio sa fare; e vi concorrono ne i sonetti e ne le se- 
stine. E ciò non viene da altro che da l'esser privi di 
quella natura, di cui faste cotanto ricco » (*). 

È raro che in tutto l'epistolario del Franco vibri h 
corda dell'affetto. Per l'Epicuro, per il Rota, per il Taji- 
sillo, pel Grazia, pel Coccio, per Quinto Gherardo, pel Dra- 
gonzino, suoi amici, egli non ha mai un'espressione che 
riveli un sentito attaccamento, una cordialità affettuosa. 
Fanno in certo modo eccezione le poche lettere al fratello 
Vincenzo, e qualche altra diretta ai suoi amici e letterati 
beneventani: il Cantano, G. Aquila, il Mansella. 

Nella lettera che la Libertà scrive alla Servitù, il Franco, 
per cui la libertà era press'a poco licenza, trova parole 
assai calde ed efficaci per magnificare lo stato dell'uomo 
libero. « Possa, dice, io così tosto vedere questi mani span- 
dere il manto del sole per ogni piaggia : e cosi la felice 
hedera di cui mi stan coronate le tempie, distender le 
braccia per il seno di tutta la terra e d'intorno le sponde 
di ogni mare, come quante volte il pensiero mi rappre- 

(1) e. CVII r. 



— 73 - 

• 

senta le tue miserie, spenderei il sangue de le mie vene 
a far sì, che sradicando il pravo seme de le tue urtiche si 
struggessero totalmente gli sterili germogli, frutti fertili 
de le tue pene » (*). Anche parlando della sua patria, rim- 
piange che essa si trovi tiranneggiata dalle fazioni, invase 
dalla rabbia di dominarvi. Sono gli unici accenni in tutto 
quell'epistolario a sentimenti non ignobili, le uniche parole 
che valgano a confortarci in quella sterile lettura. 

Altre sei lettere del Franco si trovano, una in principio 
e cinque in fine della sua Priapea, pubblicata, come s'è 
detto, nel 1541; e son tutte in data di quell'anno. Di 
queste, due sono indirizzate a Giovan Antonio Guidone, 
l'editore dell' oscenissimo libretto, piene d'ingiurie allo 
Aretino; delle altre, una è indirizzata ai Principi, un'altra 
a Cristoforo Picca, un'altra a Girolamo Moro tesoriere in 
Monferrato, e infine una, notevolissima, a Francesco Alunno, 
al quale fa la storia, non del tutto chiara, della sua con- 
tesa con l'Aretino. 

Nella lettera ai Principi, il Franco dice che se i vizi più 
infami crescono nel suo secolo, ciò si deve all'opera di 
quelli, che, invece di esaltare la virtù, incoraggiano e pre- 
miano scrittori vituperosi, e si circondano di cortigiani impu- 
denti e di bardasse. Eccettua fra essi solamente il Davalos, 
che egli esalta, al solito, con iperboliche lodi; e conchiude: 
« Ma che più dico di voi, a che più mi riscaldo in vitu- 
perarvi? Bastinvi per ora i vituperi, ove v'ha posto colui 
che voi cotanto onorate (l'Aretino), finché io scorto da 
quella virtù che la bontà di Iddio a qualche buon fine mi 
ha data, avendo prima sotterrato i suoi vizi, abbattuta l'in- 
vidia de' suoi seguaci, confusa l'ignoranza di quei pochi 



(1) e. xeni V. 



— 74 — 

• 

che ramano, yendicatomi de' mìei falsi amici, potrò a più 
bell'agio rivolgermi a tutti voi, si che alla fine vi si facci 
conoscere qual sia stato il più vero di voi flagello » (*). 
Altre poche lettere del Franco, quindici in tutto, sono 
in principio e in fine del suo Dialogo delle bellezze, dirette 
al marchese del Vasto la più parte, alla marchesana del 
Vasto, ad Alberto del Carretto, all'Alunno, al Domenichi e 
ad altri; e vanno dal luglio 1541 all'aprile 1542. Nelle 
lettere al Davalos non si stanca di adulare il principe, 
che egli chiama « la gloria di tutta Italia; il più affa- 
bile ne la favella; il più grazioso ne la sembianza; il più 
generoso ne l'animo; il più fedele nel cuore et il divino in 
ogni attiene humana » (*); sperandone sempre qualche 
nuova ricompensa ('). Né la superba marchesana è trattata 
diversamente dal marito. Sono le solite arti, che già ab- 
biamo notato nelle altre lettere del nostro Nicolò. Neppure 
in esse mancano gli accenni mordaci 'àìV Aretino e agli 
altri suoi nemici, del sangue dei quali dice nientemeno 
di avere ancora tinte le mani (*). Notevole a questo pro- 
posito è un brano, che citiamo, della lettera all'Alunno, 
che avea voluto dal Franco una dichiarazione dalla quale 
si vedesse che egli, l'Alunno, non aveva istigato per nulla 
messer Nicolò contro l'Aretino. « Eccomi su '1 campo con 
le mie armi, & è egli hoggi mai un anno che vi compaio: 
mentre pure aspetto il Campione, né perché si vegga fre- 



(1) Pag. 171. È noto che U Franco, con aUusione al motto del- 
l'Aretino u flageUum principum » chiamasse se stesso « flagéUum 
flagelli ». 

(2) N. Franco, Dialogo dove si ragiona deUe Bellezze^ Venezia, 
Gardane, 1542, e. 110 r. 

(3) e. 106 r. 

(4) e. 2 r. È evidente in queste parole Tallusione alla pubbli- 
cazione della Priapea, comparsa un anno prima. 



— 75 — 

giato di mille infamie, nò perchè oda rincalzarsi da miei 
cartelli, né perchè tutta quasi l'Italia battendogli la fuga 
a palme, gli sgridi dietro, posso ritrarre altro da lui che 
minacci contro questo mio amico, e quello: come che il 
rintuzzare le sue vergogne consista in minacciar quegli 
che m'amano, & ne l'incolpare di mal'ufficio noi & gli altri. 
Starei io fresco, se ne lo steccato dove hora milita la mia 
spada, il favore de i potenti mi sostenesse, & non quello 
che Iddio & la natura m'inspirorono mercè loro. A rischio 
di bella gloria starebbeno le penne & le charte : se dove 
elle combattono, intravenisse favor di patrino & consiglio di 
schermitore. Chi è ignorante, e non confida suo danno. In 
questa maniera s'impara che il lacerare e Prencipi che non 
sanno & lo stuzzicare quegli che sanno, non è tutt'uno. Ma 
che indugia più egli che sì come fulmina con i minacci, 
così con gli scritti non offenda gli amici del nome mio? 
Difendami così Iddio questa vita contro l'invidie, come non 
attendo più giusto stimolo: perchè anch'io possa giusta- 
mente rivolgermi non pur ai seguaci de la sua setta; ma 
fin contro quel terreno che si calpesta da piedi suoi » (*). 
Poca importanza hanno tutte le altre lettere contenute in 
quel libro. 

Due lettere ancora, entrambe del 1547, si trovano nella 
raccolta di Venturin Ruffinelli (*). Una di queste assai 
lunga, la seconda, indirizzata a Dante Aligieri, ha una 
speciale importanza. Il Franco finge di mandar a Barba 
Dante, per mezzo del Cardinal Bembo, morto di quei 
giorni ('), la sua lettera, colla quale lo rende informato 

(1) e. 1150 V. e 116 r. 

(2) Delle lettere di diversi autori^ ecc., Mantova, Venturino Kuffi- 
neUi, 1547, e. LIIII r. e LVI v. 

(3) Questa lettera porta la data « Dal Mondo del MDXLII », 
ma poiché il Franco fìnse di mandarla a Dante per mezzo del Bembo, 



-Te- 
che i luterani, per fargli scorno, hanno ristampato la sua 
Commedia senza il Purgatorio ; e che il Vellutello ha ri- 
parato a tanto sconcio, ristampandola integra e con un 
cemento tutto ispirato alle idee cattoliche, per confutare 
i protestanti. In questa lettera il Franco si scaglia contro 
gli Eretici con parole assai violente, che lo mostrano, 
forse non senza disinteresse, cattolico puro; loda il Papa 
Paolo III, tanto bistrattato nella Priapea^ e i Concilii da 
lui promossi contro i corrompitori della Chiesa; e qua eia 
non tralascia d'ingiuriare il suo implacabile nemico, l'Are- 
tino. È ancora notabile che, in questa stessa lettera, il 
Franco si mostri un caldo ammiratore del divino poeta, di 
cui dice di avere a lungo studiato le opere. 

L'altra epistola, una risposta assai breve a tal Giulio 
Cretti, non ha per noi alcun valore (*). 

morto di recente, deve essere stata scrìtta nel gennaio di queiranno. 
Un^altra lettera di questa raccolta, la penultima, unica con indica- 
zione di mese, è del venti marzo del medesimo anno. 

(1) DeUe lettere del Franco esiste un ms. nella Biblioteca comu- 
nale di Piazza Armerina in Sicilia, del quale dà indicazioni il 
Mazzatinti nel suo Inventario, v. i, p. 63. Da un confronto, tra 
quel ms. e Tedizione a stampa del nostro epistolario, risulta che esso 
non contiene che Una scelta delle Pistole stampate. 



IV. 

DIALOGHI PIACEVOLI 



I Dialoghi piacevoli (*) sono dettati con certa briosa 
festività e con molta vivacità di stile, comune del resto a 
juasi tutte le altre opere del Franco; e sarebbero in tutto 
piacevoli, se la troppa erudizione spesso non stancasse i 
lettori moderni, e un tal quale disordine nell'esposizione 
ìegli argomenti non riuscisse fastidioso. In questi dialoghi 
il Franco non fa che lamentarsi della sua sorte, e ingiu- 
riare biasimare, al suo solito, individui o ceti di persone, 
non sempre con piacevole o tollerabile arguzia. Tutto il 
libro è dedicato a monsignor Leone Orsino; ma ogni dia- 
logo è preceduto da una lettera di dedica a differenti per- 
sone, e in ogni lettera l'autore spiega, non sempre con 
chiarezza, e divagando spesso dal suo proposito, lo scopo 
del dialogo. G-l'interlocutori sono o personaggi mitologici, 
come in Luciano, dal quale il Franco ritrasse molto; o 
persone reali, come Sannio (il Franco), il Borgio, l'abate 
Anisio, Vincenzo Cantano, Agostino Nife; o immaginari 
come Eolofllo, Eleuterio, Fidalo, ed altri. 

Nel primo dialogo Sannio si fa condurre al cielo dalla 
Virtù, per lagnarsi con Giove della povertà che l'affligge. 



(1) Biologi piacevoli di M. Nicolò Franco. In Vinezia, appresso 
Gabriel Gioii de' Ferrari, MDLIX. 



— 80 — 

e rimproverargli di averlo trovato sordo alle preghiere che 
lungamente gli ha fatto in terra. Giove non vuole che sia 
ammesso alla sua presenza, e manda gli Dei ad ostacolargU 
il passo. Sannio scaglia contro tutti ingiurie, con allusioni 
alla loro vita, ai loro difetti, alle loro avventure spesso 
poco pulite, trovando, anche nell'etimologia dei loro nomi, 
ragione per offenderli; finché gli Dei tornano a Giove colle 
pive nel sacco. Finalmente Memo, spinto da viva simpatia 
per l'audace importuno, avendogli sentito tagliare i panni 
addosso a tutti gli Dei, lo conduce a Giove, che Sannio, 
senza alcuna misura nelle parole sue, e con motti pungenti, 
accusa di trascurare la virtù e i virtuosi. Giove si scusa 
dicendo che tale è la sorte che a quelli è destinata, e concede 
a Sannio che « siagli dato tristo albergo e peggiore letto. 
La sera gli sia posto innanzi quel che ad altri la mattina 
avanza, e la mattina quel che ad altri avanza la sera. Non 
habbia mai requie, né fermezza ne la sua vita, onde hoggi 
non stia, 'dove stette hieri, né domani dove sta hoggi. Sia 
accomodato di qualche pajo di calze fruste. Se saranno 
larghe, se le faccia stringere: se saranno strette, se le faccia 
allargare: Se saranno lunghe, se le faccia acc urtare: Se sa- 
ranno curte, se le faccia allungare. Ne la sua borsa non 
si vegga un ducato intero. Ne la sua tavola non si conosca 
un desinare compiuto. Quando ci sarà vino, non ci sia 
pane: quando ci sarà brodo, non ci sia carne, e quando 
ci sarà aceto, non ci sia olio. Ne gli agi del suo vestire 
non sia compimento alcuno. Quando harrà saione, non 
haggia cappa; quando harà beretta, non haggia scarpe, e 
quando harà calze, non haggia stringhe. Siangli promessi 
i mari, e i monti, e non gli sia atteso niente. Prometta 
similmente anch'egli, e pochissimo attenda. E per essere 
poco questo, se gli concede ancora, che i simulatori de la i 



— 81 — 

virtù, e quegli che vogliono fare il grande, non piglino 
contesa con esso seco, e pigliandola, non si lamentino se 
egli li conciarà per le feste. Gl'iniqui, i maligni, i pessimi 
lusinghieri, e tutti altri infami, e di mala vita, non hab- 
biario seco pratica. Gl'invidi de la sua virtù, udendo il suo 
nome, scoppino mille volte il gionio, e scoppiandone, non 
siano da tanto da fargli offesa, ecc. (*). E con altro decreto 
ordina che gli Dei, offesi da Sannio, non tengano conto 
delle sue ingiurie. Memo infine lo consegna alla Virtù 
perchè lo riaccompagni in terra. 

Belli sono il secondo e il terzo dialogo. Nel primo il 
Franco mette in canzonatura i pedanti, specie il Borgio; il 
quale prima di entrare all'inferno, prega Caronte di dargli 
il tempo di comporre una orazione da recitare innanzi a 
Plutone, perchè gli sia benigno; e piglia ad almanaccare 
sulle varie figure retoriche che deve in quella adoperare, 
recandone esempii assai ridicoli, dei quali l'autore si serve 
per pungere, col Borgio, l'Anisio, Crispino della Tripalda, 
lo Scoppa e altri. Composto l'esordio, la narrazione, la 
divisione, la confermazione e tutte le altre parti del suo 
saggio oratorio, egli dice a Caronte, il quale non cessa 
di dileggiarlo, tutto quello che farà dopo che avrà recitata 
la sua orazione, di cui in questo dialogo sono saggi ri- 
j dicoli in istile pedantesco. « Fatta l'oratione anderà a 
I trovare Luciano, perchè sempre gli volle bene, gli darà 
mille basci, e farà seco un'amicizia eterna. Il simile farà con 
Erasmo, al quale farà intendere; che gli Erasmici tutta via 
regnano al dispetto de i Ciceroniani. Dirà a Prisciano e a 
' Diomede; che quel ladro di Scoppa gli ha poste a sacco le lor 
grammatiche. A Nicolò Pirotto farà assapere che un frate 

(1) Pag. 70 e seg. 

6 — SiMiAXr. 



— 82 - 

da Bergamo, ha fatto a sua concorrenza un altro vocabolista; 
che ha tolto il concorso al Cornucopie. Al Petrarca dirà; 
che i Petrarchisti, cioè quegli che gli rubbano le parole, 
sono dileggiati, e posti in bocca del vulgo. Che più? Se 
ne andrà a far riverenza a Pontio capitano de i Sanniti, 
a toccar la mano a Pontano, al Sannazzaro, al Carbone, 
al Summontio et al Gravina. E se nel vederlo cominceranno 
a ridere, e diranno tra loro, che vuole da noi il Pedante? 
che nuova porta il Pedante? che è venuto a fare il Pe- 
dante? Egli risponderà con bravura: Non più ciance di 
gratia, perchè bora no stiamo in Napoli. Ne Tinfemo cosi 
è Borgio come il Papa. Tanto il Pedante quanto il poeta. 
Tanto il nobile, come il plebeo, così il povero come il 
ricco. Qui non è differenza dal più grande al più piccolo, 
dal più dotto al manco ignorante » (*). Andrà poi a visi- 
tare tutti i filosofi ai quali farà delle dimando curiose: 
p. es. « se gli Egitii facevano guazzetti e gelatine dei 
morti; se i Triballi scannavano i vecchi anzi che si mo- 
rissero, e cotti se gli mangiavano chiamatoci tutto il col- 
legio del parentado. Se i Persi gl'imbalsamavano, se i Magi 
non gli sepelivano, fin che da le fiere non erano lacerati. 
Se gl'Hircani gli davano a mangiare a i cani, ecc. » C). 
Vedrà « come la passa Cicerone con Marcantonio. Sallustio 
con Catilina. Giulio Cesare con Brutto e con Cassio. Se 
Seneca e Lucano sono accordati con Claudio » ('). Do- 
manderà a Curzio, se si fece male, quando a cavallo si 
buttò ne la fossa; a Porzia come le stanno i labri per i 
carboni vivi che trangugiò; ed a Lucrezia « che coglio- 
neria fu la sua ad uccidersi dopo il fatto; che le donne 

(1) Pag. 95 e seg. 

(2) Pag. 96. 

(3) Ib. 



— 83 — 

da bene si fanno ammazzare anzi che le sia corrotta la 
castità » (*). E tante e tante altre domande egli farà, se 
ne avrà occasione; di maniera che, quando, nel di del giu- 
dizio, risusciterà, sarà dotto. Ma Caronte lo invita a rien- 
trare in barca, facendogli sapere che appena sarà giunto 
a quel termine, dove ha da andare, si spegnerà di lui fin 
la memoria, e « tanta fede durerà del suo nome, quanta 
i suoi vituperii, notati per altri, ne mostreranno » (*). 
L'altro dialogo, il terzo, è contro quelli che cercano ac- 
cattar fama con poca fatica o con impostura, cioè collo 
scrivere prefazioni, con far traduzioni, con rubare rime al 
Petrarca, con darsi l'aria di sapienti, con lo schierarsi fra 
i Ciceroniani o fra gli Erasmici: le due scuole che allora 
dividevano gli umanisti. Eolofilo vuol diventar celebre, 
scrivendo romanzi, o traducendo in versi le commedie di 
Terenzio e di Plauto, o imitando il Petrarca, o, da buon 
ciceroniano, componendo un'epistola contro gli erasmiani, 
aggirandosi con gran sussiego per i luoghi pubblici, ve- 
stito sfarzosamente, e mandando fuori, all'occorrenza, alcune 
parole greche o ebraiche, talché ognuno possa crederlo 
dottissimo. Ma Sannio lo contraddice argutamente, dimo- 
strandogli come nessuna impostura può coprire la scioc- 
chezza dell'intelletto. 

Nel quarto dialogo. Caronte esamina alcune anime, le 
quali si scusano con lui dì non avere in bocca l'obolo che 
gli spetta. In quel giorno gli si presentano la Giulia, corti- 
giana famosa, che dice di esser morta di mal francioso 
nella miseria, dopo aver pigliato invano dieci volte il legno; 
Lieo, già famoso tiranno, morto di veleno, quando più si 



(1) Pag. 96. 

(2) Pag. 98. 



— 84 — 

credeva sicuro e potente; un mercante fallito, che si la- 
menta che Caronte non gli voglia far credito d'un quat- 
trino, mentre egli in vita ne ha goduto uno grandissimo; 
TAnisio, il tanto vituperato Anisio, il quale riconosciuto 
subito, al parlare, per pedante, anzi per principe di pe- 
danti, si lagna di essere morto povero, e fa un quadro la- 
crimevole della condizione dei suoi pari. « Pure la nostra 
arte — egli dice — è s\ traditora, che la spesa è più del 
guadagno. Poi la viltà del prezzo è sì fatta, eh' è vergogna 
a sentirla. Bisogna aspettare i trenta giorni per quella 
spedaleria, la quale capitataci ne le mani, par che il dia- 
volo se la pigli. Di sorte, che in tutto Tanno non e' è 
ordine d'accoppiar due carlini. E quel eh' è peggio in 
questo esercitio disgratiato, si è, che come l'huomo di- 
manda quella miseria, i padri de i putti ci vogliono cro- 
cifiggere, con dire, che cosa gli hai insegnato? Che sa egli, 
che vuoi essere si ben pagato? Tal che il pagamento si 
sconta con la colpa di chi gl'insegna. Ci minacciano so- 
pragionta. Ond' è forza che tacciamo. E se pur a le volte ! 
ci pagano , quella ladra limosina sempre n' è data due | 
anni doppo il mese. E per conchiuderla, io n' ho sempre 
calzato male, e trovandomi presso al termine del morire, 
mi fu tenuta tutta la paga d'un anno intero. Tal che ! 
morendo non mi restò altro in bocca da portare a Caronte, | 
eccetto il Poeta « cuius generis, et unde dicitur Partici- 1 
piuni » (*). Viene poi un soldataccio, Thrasimacho, che 
i ragazzi, le puttane e il giuoco hanno rovinato. Si avanza 
poi, con dispiacere di Caronte, una schiera di poeti e di 
filosofi, ai quali egli crede inutile domandare il famoso 
obolo, « sapendosi che la poesia e la filosofia non ebbero! 



(1) Pag. 139 e seg. 



— 85 - 

mai un soldo ». Pure Caronte fa entrare tutte quelle anime 
nella sua barca, e le conduce all'altra riva. 

Maggiore importanza ha il dialogo che segue, nel quale^ 
Sannio, deplorando che la bontà d'un signore venga spesso 
pervertita da un servo avaro, ci dà una fedele pittura 
delle corti e dei cortigiani dei tempi suoi. Egli introduce 
a parlare un tal Fidelio, vecchio servo di casa, il quale, rile- 
vando lo sciagurato sperpero delle sostanze domestiche, 
dovuto all'opera dei cortigiani, riesce a persuadere il suo 
padrone, signore nobile e splendido, a cambiar sistema, a 
mostrarsi avaro, anzi spilorcio, bandendo dalla sua corte 
servi, parassiti, poeti e filosofi, ed accrescendo, anche cori 
usure e nuove imposte, le sue rendite. Gli addita come 
esempio da seguire le Corti di Roma, ove i signori non 
vanno a letto se non hanno prima riveduto i conti della 
giornata e truffato financo il salario ai servi. Egli ottiene 
quanto desidera, venendo creato dal suo signore ammini- 
stratore di tutte le sue sostanze. Il buon servo finge di 
scusarsi, ma poi accetta e conchiude con queste parole, che 
ci mostrano tutto il suo intendimento : « Se non mi muoio 
si tosto, farò cosa; che quest'anima mi sarà benedetta più 
di due volte » {*). 

Ed invero non tutte le Corti nel secolo xvi furono così 
splendide come quella Papale e le altre di Ferrara e di 
Urbino. Che ve ne fossero anche delle misere, lo provano 
molti documenti del tempo, e le continue querele dei cor- 
tigiani, di cui ci danno sufficienti notizie gli epistolari, le 
relazioni, e altre siffatte scritture di quel secolo, oltre il 
fatto che molti signorotti mezzo spiantati o del tutto ro- 
vinati erano indotti ad affettare un lusso del tutto appa- 

(1) Pag. 168. 



- ge- 
rente. E per giunta una folla di letterati, di poetucoli, 
di grammatici, di compilatori e commentatori, di traduttori, 
brulicavano^ vera turba di affamati, in ogni città d'Italia, 
ove fosse qualcuno che mostrasse un po' di inclinazione 
pei virtuosiy commessi si facevan chiamare. Era costume 
loro cercarsi un protettore, sollecitarne i doni con la dedica 
dì un trattato, di un dialogo, di una novella, e magari 
di un madrigale o di una sestina; e se il guiderdone non 
giungeva, era un continuo lamentarsi, un esclamare, un 
insistere, un minacciare. Onde il buon Friscianese gridava 
contro codesta gente: « Di che esclamate e vi dolete 
voi? ei non vi è dato perchè non son tenuti a darvi. Ma 
pogniamo che in qualche modo ne sieno tenuti, parvi però 
cosa ragionevole e giusta che per una pistoletta vostra, che 
voi ciceroniani o petrarchisti in meno di una settimana 
fate, essi vi abbiano a donare tanto che n'abbiate a godere 
tutto il tempo della vita vostra? Indiscreti che voi sete? 
che i Signori vi donassero ogni volta che voi dedicate loro 
le opere vostre, ei moltiplicherebbero tanto i dedicatori e 
le dedicazioni, che in breve tempo non avrebbero che do- 
narvi se già non vi dessero i libri donati loro » (*). H 
Friscianese, ripetendo, quattro anni dopo, molte cose che 
il Franco, con fine diverso, fa dire dallo scaltrito servo al 
suo signore, non si allontana dal vero. E sarà al propo- 
sito osservare che i Dialoghi piacevoli dello stesso Nicolò 
Franco son dieci, e^ come avanti accennammo, hanno dieci 
dedicazioni diverse. 

Nel sesto dialogo Memo, in assenza di Mercurio, legge 
a Giove, nel collegio degli Dei, alquante suppliche, spesso 

(1) Cfr. Del Governo della Corte di un signore di Roma. In Roma 
Francesco Friscianese fiorentino, nel 1543. Ci siamo serviti della 
ristampa che ne fece il Lapi nel 1888. 



— 87 — 

}izzarr6. Or è ana città andata in rovina, or un'altra stretta 
l'assedio che implorano soccorso ; or questo, or quell'altro. 
Kodi si lamenta di essere stata presa e posta a sacco; 
l'infelice Soma d'essere stata assalita da molte squadre 
l'assassini; i buoni cittadini si lamentano dei poeti ;.i ta-. 
remai dei filosofi, che disputano nelle taverne e ricusano 
di pagare lo scotto; i poveri lo supplicano perchè faccia 
con Cerere che il grano ribassi; i religiosi deplorano la 
tristizia dei sacerdòti, ecc. Essendo numerosissime le sup- 
pliche, Giove ordina a Homo di leggerne solamente il ti- 
tolo; poi, infastidito, scioglie il Concilio, dicendo che star 
bilirà un giorno per provvedere a tutto; ma si adira contro 
Memo che vorrebbe costringerlo a stabilirlo subito, perchè 
questi lascia intendere che quel beato giorno non verrà mai. 
Nel settimo Haco e Badamanto, per compiacere a Giove, 
condannano con pene spesso ingegnose, in istretto rapporto 
col carattere di ciascun personaggio, la anime degli antichi 
poeti e filosofi, che erano stati fino allora, nell'inferno, 
esenti da ogni castigo. Nel dialogo ottavo Sannio, vestito 
da ciurmatore, monta in banco, e mostrando al pubblico 
un cartellone ove promette d'insegnare, con una ingegnosa 
invenzione, tutte le scienze in dieci giorni, si sgola a chiamar 
gente. Solo un suo amico, il Cantano, riconosciuto Sannio, 
si avvicina al suo banco, non già per comprare di quella 
merce, che egli piuttosto che acquistare scienza la vor- 
rebbe vomitare, perchè * quanto l'huomo è più dotto, e 
pìii carico di dottrina, più dolente e più misero va pian- 
gendo 9». Perciò si decide per un'arte meccanica, e accetta, 
da Sannio il consiglio di farsi libraio. Egli poi gli do- 
manda quali libri deve tenere in bottega, quali autori sono 
da lui più approvati e più si spaccino ; e Sannio giudica 
di libri e di scrittori, e gli dà utili consigli e scaltriti 



ammaestramenti perchè la sua indastria possa prosperare. 
H passo ov' egli parla di Erasmo ci mostra sempre meglio 
la grande libertà di spirito del Franco. « Che dubio fai, 
dice egli al Cantano, di non dover traficare Topre del grande 
Erasmo? Forse perchè in Roma ha votato il collegio che 
si vendano? Credi; ch'intravenga questo perchè elle non 
sieno buone, o perchè ci sia scrupolo d'heresia? Sai perchè 
rhanno dato bando, poi che vuoi che tei dica? Per che il 
Thedesco miracoloso t'ha concia in cordovana tutta quella 
brigata. E perciò hanno pigliato in urto quel valenf huomo, 
e non vogliono che in Roma compaia Erasmo. Tal che dove 
trionfano, non si cantino le lor magagne. Ma non resta per 
questo; ch'egli non si stampi, e ristampi, non si venda e 
rivenda, e non si legga e rilegga per ogni luogo. Anche 
Clemente fé* bruciare l'opre de TAlamanni in Roma, la 
prima volta; che ci comparsero, e tolse la pena a chi ce 
Fhavea condutte. E perchè conto? Perchè il divino spirito 
gli era parato heretico, piangendo la rovina de la sua 
patria, biasimando la tirannide, e confortando i suoi citta- 
dini a la libertà. Che manca al buon Erasmo ; ch'egli non 
sia eloquente, catholico, e mirabile nel suo dire? » (*). 
Il nono dialogo si agita tra Sannio e il Nifo, noto filo- 
sofo del secolo xvi e forse amico del Franco sulla quistione 
oziosa, trita e ritrita nel cinquecento, cioè della precedenza 
tra filosofi e poeti. Qui la solita vivacità di stile del Franco 
è in parte soffocata dall'erudizione ; e forse il dialogo dovea 
servire, più che ad altro, ad attestare la dottrina dell'autore. 
Sannio taglia i panni addosso ai filosofi, e il Nifo rivede 
le bucce ai poeti. Nessuno dei due convince l'altro, e la 
quistione resta più irresoluta che mai. 

(1) Pag. 221. 



— 89 — 

Nel decimo dialogo, l'ultimo, si discute se il Poeta sia 
da anteporre al Principe, e qual Principe meriti di essere 
posposto ad ognuno. Gl'interlocutori del dialogo sono il 
Franco sotto il solito nome di Sannio, e il suo amico 
Tiacenzo Cantano. Tra il serio e il faceto, Sannio dà al 
poeta, spesso con sofistiche ragioni, ogni preminenza sul 
Principe, sempre minacciato nell'avere e nella persona. I 
poeti son tali per natura; sanno ogni cosa; servono in ogni 
cosa; sono aperti, liberi; non hanno da campar moglie, e 
sono esenti dal mal francioso, amando solo la compagnia 
dei giovani. Sono umili, ma degni di stare sul carro del 
sole. Ed il Cantano, dopo essersi provato ad obbiettare, 
mostra, sogghignando, di averlo inteso. 

Così finisco il dialogo, e si chiude il libro; che non ha 
certamente alcun serio contenuto, né rispecchia alcuna 
idealità grande o mezzana. Per la vivacità dello stile e 
l'arguzia dei motti, esso ci fa pensare alle eleganti conver- 
sazioni, proprie allora delle classi colte, nelle quali si trat- 
tavano questi e simili argomenti, che davano cagione ai 
belli spiriti di sfoggiare in dottrina, or faceti, or bizzarri, 
ma sempre disinvolti e vivaci. Il lato satirico, quando non 
osceno o triviale, è il più notevole di questi dialoghi, e 
colpisce singolarmente il modo con cui messer Nicolò, con 
uno spirito d'indipendenza di cui non si ha esempio in 
quei tempi, giudica uomini e cose, e scopre alcune, né le 
meno trascurabili, delle debolezze di quel secolo si complesso 
e vario, ove parve perduto del tutto ogni senso morale. 



V. 

IL PETRAECfflSTA 



Il dialogo di Nicolò Franco intitolato II Petrachista (*) 
doveva esser pubblicato insieme ai Dialoghi piacevoli dello 
stesso autore, ma poi comparve a parte in un volume stam- 
pato dal medesimo Giolito. 

Una delle caratteristiche principali del Franco è certo 
l'odio che egli nutrì sempre contro i petrarchisti, e che si 
rivela, oltre che in questo dialogo, in parecchie altre delle 
sue opere. A quest'odio parteciparono gli umanisti del tempo 
suo, intolleranti e dispregiatori di tutto ciò che fosse scritto 
in volgare, ed ancora i bernieschi, i poeti maccaronici, 
e gli scapigliati come l'Aretino, il Doni, il Calmo, Or- 
tensio Landò, e parecchi altri. Ammiravano essi il Pe- 
trarca; ma non potevano soffrire « quello strabocco di 
poesia annacquaticcia, scolorita, scipita »; quella smania 
di conienti, di lezioni, di investigazioni ; quell'idolatria in- 
somma spinta fino ai pellegrinaggi in Arquà, a Valchiusa, 
ad Avignone ('). 

Il petrarchismo, come ognuno sa, nel cinquecento fu 
devozione così comune, che non vi era quasi città dltalia 
ove non si pubblicasse qualche canzoniere per qualche bella, 

(1) Il Petrarchista^ dialogo di M. Nicolò Franco, Venezia, Gio- 
lito, 1543. 

(2) Cfr. Graf, op. cit., p. 40 e segg. 



- 94 - 

vera o immaginaria non monta, ma bella sempre, perchè 
tale il Petrarca ci raffigura la sua idoleggiata avignonese. 
Da molti tenevasi allora in dispregio ogni scrittore di versi 
che non ispennacchiasse il Cantore di Laura, e non si rive- 
stisse delle sue penne per parer diverso da quello che egli 
era in sostanza; e quasi non era concesso usare forma o 
locuzione di cui non si trovasse esempio nel Canzoniere. 
Fu perciò che il rigido Castelvetro, menandone grande scal- 
pore, chiamò in colpa il fiorito ed elegante Annibal Caro, 
per avere, nella sua canzone: « Venite all'ombra dei gran 
gigli d'oro », adoperato alcune voci non santificata dal- 
l'autorità del Petrarca; il quale fu, dall'infinita turba dei 
mediocri, considerato in quel secolo come Tunico modello 
di poesia lirica. Nelle Poetiche del Muzio, del Minturno, 
di Bernardino Daniello, del Partenio non trovansi che 
esempi tolti dal Canzoniere petrarchesco. Né il Franco 
esagera, quando nel Petrarchista fa dire a messer Roberto: 
« E la fama di Dante, al succeder del Petrarca, non si 
oscurò anch'ella? » Poiché se Dante fa nel cinquecento 
giudicato da parecchi gloria e vanto della letteratura vol- 
gare, tuttavia non ebbe, specie fuori della Toscana, quella 
grande popolarità che ottenne il Petrarca, né contìnuo a 
trarre dietro di sé una così numerosa turba di interpreti, i 
di chiosatori, di ammiratori e di imitatori, come avvenne 
a quest'ultimo, particolarmente in Venezia, per opera del 
Bembo e dei suoi numerosi seguaci. A testimonianza dello ! 
Speroni, il colto ed elegante veneziano, coi suoi Asolani, 
mosse in poco tempo « tutta Venezia, città sì grande come 
ognuno sa, e così piena di alti intelletti, non pure a leg- 
gere ed a studiare il Petrarca, ma a poetare a suo modo » (*); 

(1) Cfr. Barbi, Della fortuna di Dante nel secolo XVI, Firenze 
Bocca, 1890. 



^ 95 — 

ed il Ferrazzi ci attesta come Marco FoscariDi potè riunire 
le Bime di ben sessanta poeti veneziani di quel tempo, che 
imitarono più o meno da presso il Petrarca (*). Nelle Corti, 
nei crocchi eleganti, nelle adunanze dei letterati, presso le 
cortigiane non si leggeva che il Canzoniere^ il quale ser- 
viva anche come, una specie di codice d'amore ('). Dante 
ebbe per ammiratori uomini come l'Ariosto, il Tasso, Mi- 
chelangelo, il Trissino, lo Speroni, il Gelli, il Borghini, il 
Varchi, ma tutti sanno che nella opinione generale era 
accusato di asprezza, di oscurità, di ineleganza, e perfino 
di avere adoperato parole vuote di senso, tiranneggiato dalle 
rime C). 

Nel dialogo di cui ci occupiamo, Sannio racconta a Fran- 
cesco Coccio certo suo pellegrinaggio ad Avignone, e come 
incontratosi con Vincenzo Cautano e Giovanni Antonio 
Mansella, essi lo conducano da un messer Roberto, ammi- 
ratore sfegatato del Cantore di Laura. M. Roberto invitati 
i visitatori a cena, si diffonde a parlare del Petrarca è di 
Laura; spiega quali relazioni corressero tra essi; dice come 
vivesse il Petrarca ad Avignone ; e svela il senso di certe 
frasi, e molte altre cose, e molti secreti del suo poeta. 

Finita la cena, mostra agli ospiti il ritratto di Laura, 
quello stesso che il Petrarca portava seco dovunque an- 
dasse, dipinto da Mastro Simone da Siena, nel qual ritratto 
Sannio non vede « né quei miracoli, né quella neve, né quelle 
rose, che tante fiate disse il Petrarca ». E questo sarebbe 
stato poco, se M. Roberto non avesse fatto veder loro « un 



(1) Cfr. Febrazzi, Manuale dantesco, voi. v; Babbi, op. cit. p. 16. 

(2) Cfr. Graf, Petrarchismo e antipetrarchismo nel cinquecento, in At- 
traverso il cinquecento, ed. cit., p. 20 e segg. 

(3) Cfr. B. Morsoli N, Gian Giorgio Trissino o Monografia d'un 
gentiluomo letterato nel secolo XVI, Firenze, 1894, p. 150. 



- 96 — 

paio di forficette per le unghie de i piedi, una scuflSa da 
notte, un pelatoio da ciglia, una carraffella dove teneva i 
belletti, un nettadenti, molti fragmenti d'un orinale » (*); 
roba questa appartenuta a Laura, Sannio vide pure il ca- 
lamaio, del quale il Petrarca « si servì in tutto quel tempo 
che tenne il suo Parnaso in Valchiusa » C); e tra le 
altre cose « Foriginale dove, di mano medesima del Petrarca, 
erano scritte tutte le rime, che egli compose, così vera- 
mente notate, secondo che esso le veniva componendo. E 
di ciò facean fede le parole quasi di tutti i versi, perchè 
di loro quale intera, qual tronca, quale in molte parti cassa 
e mutata più volte si vedea. Che cosa non vidi, o Coccio, 
egli dice, nel originai di quel testo? Secreti certamente, 
che se si sapessero, il Petrarca s'intenderebbe da i sordi. 
Ivi viddi la vera correttione de i testi, e non quella che ne 
la volgar lettione s'allega. Viddici molte cose, che il Petrarca 
nel rivederle come si fa, andava emendando e pulendo con 
la lima del suo giudicio, e tra l'altre cose il sonetto 

Benedetto sia 'I giorno, e 1 mese, e Tanno, 

Perchè eran mutati tutti i primi versi de i quartetti, e 
dei Terzetti, e dove hoggi si legge. 

Benedetto sia '1 giorno, e '1 mese, e Tanno. 
E benedetto 1 primo dolce affanno 
Benedetto le voci tante; ch'io. 
E benedette sien tutte le carte. 

Era prima scritto: 

Maledetto sia 'I giorno, e '1 mese, e Tanno 
E maladetto il primo dolce affanno. 
Maladette le voci. 
E maledette sien tutte le carte. 



(1) e. XVIII V. 

(2) e. XVIIII V. 



- 97 - 

E credo, egli aggiunge, che Torigiue d'un tal Sonetto 
fasse stato qualche gran sdegno del Petrarca contro Ma- 
donna Laura, e perciò havesse cominciato a maladire in 
quella maniera. Poi forse induttoci da qualche nuovo favore, 
tornò a benedire ciò che havea maledetto, e cangiò le pa- 
role nella guisa che hoggi si leggono. E cosi ancora credo 
avenisse nel sonetto: 

Io ho pregato amore, e nel riprego 

Perchè il Petrarca (per quanto si vedea scancellato) mo- 
strava d'haverlo prima cominciato: 

Io n'ho 'incacato amore, e glien 'ncaco. 

Porse per qualche ribellione ch'egli havea pensato di 
fare da le leggi amorose. Poi confortatoci a stare, non finì 
il sonetto in quella maniera, ma tornando a scrivere il 
contrario del primo verso, finì tutti i quattordici in stile 
grave. Né altrimenti conobbi essergli avvenuto nel sonetto 

Passato è il tempo homai lasso che tanto. 

Perchè, come da prima scritto l'havea, dicea 
Passato è il tempo che Berta filava. 

Così ancora il sonetto 

Per fare una leggiadra sua vendetta, 

Mostrava d'haver havuto principio 

Per &rmi ancor nel baco una borsetta. 

E più ti dico che la Canzone 

Di pensiero in pensier, di monte in monte 

7 — SlMlAlfl. 



— 98 - 

In piacevole stile Fhavea primieramente tessuta perchè dicea 

Di bordello in bordel, di chiasso in chiasso 
Mi guida amor. 

Forse per commovere a compassione Madonna Laura, mo- 
strandole, che per non potere sfogar seco le fiamme sue, 
era costretto di rimediarsi per i bordelli, non senza pre- 
giudicio d'infranciosare per quella Francia » (*). 

Non sappiamo invero che cosa pensare di quest'uomo, il 
quale scende a sudicerie sì sciatte e a trivialità sì banali sul 
conto del Petrarca, ed immagina scoperte di manoscritti e 
varianti e pentimenti del poeta con una improntitudine che 
nausea tanto più, perchè, al principio del dialogo, non pa- 
reva che il critico si dovesse, oltre che contro i petrar- 
chisti, lanciare con ironia scortese contro il Petrarca stesso, 
che egli avea finto di lodare. 

n Petrarca, secondo M. Eoberto fu « in Fiandra, ne la 
Brabantia, ne l'Anonia, ne l'Alemagna bassa, e ne la Si- 
cilia e per tutto il mondo »; scrisse lettere a Madonna 
Laura narrandole viaggi e sofferenze; ed in una al Boc- 
caccio scappa contro Dante « poi che anch' egli scrisse e 
disse ciò che gli piacque, di sorte che così ne l'inferno, 
nel purgatorio, come nel paradiso, si dà al diavolo chiunque 
lo legge ». 0) 

A noi pare che il Franco, nello scrivere quel suo dialogo, 
abbia avuto doppio intendimento: quello di ridersi, come 
si rise in altri luoghi delle sue opere, di coloro, che ^ non 
sapendo far altra mostra di loro istessi, gli van togliendo 
(al Petrarca) le parolette da i Sonetti e da le canzoni e 



(1) e. XXIII r. 

(2) e. XLVI r. 



— 99 - 

facendone una filza li van vendendo per robbe loro»; (*) e 
quello di staffilare solennemente i commentatori del lirico 
toscano. In questo, sembra a noi, che egli sia riuscito 
più che qualunque altr« scrittore di quel tempo; anzi cre- 
diamo che, per efficacia e vivacità, la sua satira contro il 
petrarchismo, debba, per molti punti, esser tenuta come la 
più importante del cinquecento. D'altra parte è facile in- 
tendere, che ad un uomo dell'indole di Nicolò Franco si 
dovesse accendere l'estro beffardo e persecutore, quando 
vedeva tanti e si corrotti poeti del tempo suo mascherarsi 
a decenti e gentili cantori di vaghissime idealità, rubando 
al Petrarca ogni idea, ogni sentimento, ogni forma one- 
stamente leggiadra. Ed in vero chi guarda ai Bembo, ai 
Caro, ai Molza, ai Tansillo e a tanti altri, che popolarono 
la famiglia italiana di bastardi, e mette in paragone la loro 
vita con i loro canzonieri, pieni del petrarchismo per quanto 
puro, altrettanto freddo, non può fare a meno di giustificare 
chi ride di loro, sia costui anche lo sfrontato satirico di 
Benevento. Sarebbe ben altra faccenda il chiedere se il 
Franco avesse il diritto d'innalzarsi a correttore dei costumi 
dei suoi contemporanei. Tuttavia, che il petrarchismo, cosi 
com'era nel cinquecento, meritasse tutte le frecciate della 
satira, non è a chi non sembri ragionevole. Ma lasciando 
da parte queste considerazioni, che appartengono più alla 
morale che alla critica, certo è che il Franco ebbe torto 
quando attribuì al Petrarca i difetti dei suoi ammiratori, 
tra i quali mettiamo anche lui. H suo scopo, nello scrivere 
questo libretto, fu propriamente quello di dir male, secon- 
dando la sua natura maligna e mordace, e di suscitare, come 
era suo costume, uno scandalo intomo al proprio nome. Del 



(1) Cfr. Pi8t. vu7>g,y e. CVI r. 



- 100 - 

Petrarca, che egli imitò nei suoi sonetti, in yarie sue 
opere mostra di aver avuto della stima e molta. Ce lo di- 
mostra, meglio che non farebbe un lungo ragionamento, 
il passo della Philena, oVegli dice, che sarebbe lietissimo 
se potesse, in presenza della donna amata, disputare dot- 
tamente di quel sommo lirico e delle sue rime cogli studiosi 
di quel poeta, secondo le abitudini delle società eleganti 
della colta Venezia. 



VI. 

LA PRIAPEA 



La Priapea (*) è una raccolta di centonovantacinque 
sonetti lussuriosi e satirici, messa insieme nel giugno del 
1541, e pubblicata, con la data di Torino, dall'editore An- 
tonio Guidone, il quale teneva stamperia a Casal Monfer- 
rato (*). In codesti sonetti si colpisce ogni genere di per- 
sone; ma assai di frequente, con ingiurie atrocissime, il 
gran nemico di messer Nicolò, l'Aretino. I motivi che spin- 
sero il nostro a scrivere la Priapea sono stati da noi esposti 
nella prima parte di questo lavoro. Ma qui sarà opportuno 
di riferire le parole stesse del Franco, che così scrive al 
suo amico Francesco Alunno. « Giunto qui, a Torino, non 
mi parve lasciar l'Italia senza farle conoscere non dico 



(1) N. Franco, La Priapea, sonetti lussuriosi satirici, Pe-King, 
(Parigi), nel sec. xviii, (1790?). A cagione della grande rarità delle 
edizioni della Priapea, parecchi studiosi Thanno confusa col comento 
dello stesso Franco alla Priapea attribuita a Virgilio; altri ne 
hanno fatto tutta una cosa coi sonetti contro l'Aretino; altri infine 
la credettero scritta in latino con comento italiano. In questo spe- 
cioso errore è caduto anche l'Albertazzi: Romanzieri e romanzi del 
cinquecento e seicento, Bologna, 1891, p. 35. 

(2) Lo Zeno, per primo, mise in dubbio che questa edizione fosse 
stata fatta a Torino, e la crede eseguita a Casal Monferrato, anche 
per il fatto che un'altra opera del Franco, il Dialogo delle Bellezze, 
fu impresso dallo stesso Guidone in quella città. 



— 104 - 

tutto quello, ma solo una particella di quello ch'io so far^ 
contro l'ignoranza de i tristi. Ecco dunque messer Fran- 
cesco ch'io son pur vivo, dove altri avea disegnato ch'io 
fussi morto. Ecco ch'io ho pur fiato da respirare, onde cam- 
pato di tante avversità con lo scudo de i miei inchiostri, e 
con l'armi d'un giusto sdegno, insegnerò a i tristi, come 
via meglio saria stato ch'avessino tenuta chiusa l'invidia 
dentro i loro animi, ed ivi suffocatola con ogni doglia, 
ch'averla scoperta col provocarmi. Ecco che la sua nequizia 
è riuscita solamente in ignominia di lui tristo. E siccome 
piacque a Cristo che le gagliofferie de la vita sua, due volte 
in Roma non furono terminate dal giusto ferro per ridurlo 
al fuoco alla forca, come castigo più dicevole alle sue 
scelleraggini, così pur dianzi gli piacque ch'io rimanessi ìd 
vita, perchè vivendo mi si dia tempo da flagellare i suoi 
vizi, sapendo il sommo fattore che l'armi mie sole aguz- 
zatemi dalla natura a terror del vizio, sono bastevoli a 
conculcare i suoi » (*). 

L'autore, dopo avere, nel sonetto proemiale, invitato il 
lettore a porre giù 

La gravità che mostrano le ciglia, 
perchè, nei suoi versi, 

non d'istorie bei tappeti o arazzi 

Veder si ponno, né cantar divino 

Che fa gli Orlandi furiosi e pazzi, 
Non di damasco né di panno fino 

Addobbati versetti, ma sol e 

Che torrebber la foia all'Aretino: 

vuole (sonetto ii) che dalla lettura dell'opera sua si ri- 
muovano quegli schifiltosi, che danno tre sputi al passo, 



(1) Cfr., op. cit., p. 183. 



— 105 — 

i leziosi bellimbusti, i petrarchisti del bel stile, che pro- 
fumano le- loro rime cogli htMpi; e che essa sia pascolo 
solo di quelli che non sanno portare nella loro fronte la 
finta vergogna che affettano quegli ipocriti. Detto poi (so- 
netto m) che tesserà la sua opera al chiaro honor del 
Dio degli Orti, invoca, secondo Tuso dei poeti, con equi- 
voci osceni, che si seguono per tutto il resto del sonetto, 
Iena e favore da tutte le nove muse. 

Da voi si guidi la barchetta mìa 
Che sotto l'ombra de le vostre gonne 
Pervenga al fin de la profonda via. 

Siatemi innanzi voi forti colonne 
Da sostenermi, e ben vi disdirla 
Non sostenendo un e..., come donne. 

Ma di equivoci triviali e ancora più disonesti sono pieni 
codesti sonetti. Il Franco, ottenuto il favore di Polinnia e 
di Minerva, si sente rizzar la fantasia, ed è spinto e per- 
cosso da un grande furore poetico. 

E qui (sonetto v) entra in iscena Priapo, vantando le 
sue grandi virtù. Egli non vuole (sonetto vi) che, per 
opera dei poeti ciurmatori, sia chiamato re degli orti, ma 
piuttosto re dei palazzi; 

Perchè là con p e con ragazzi, 

E non qua con i fiori e con l'erbette 
Bordelli e sodomie si fan dai e 

Priapo (sonetto vii) si scusa della sua libertà di lin- 
guaggio, per altro tanto conveniente alla sua persona e 
al luogo ov'egli si trova; e soggiunge che chiamerà le cose 
coi nomi loro, tralasciando il gergo furfantesco degli ipo- 
criti, e le circonlocuzioni boccaccesche. Nel sonetto vra, il 
poeta riversa su Priapo la colpa del suo parlare sboccato. 



— 106 ~ 

e teme di esser tenuto un tristone, cosa che gli duole sino 
alla corata. Ma poi conchiude: 

S'io mi trovassi in pratica con santi 

In chiesa o in cimiterìo o per chiostro 

La corona direi tutta in contanti, 
Ma trovandomi in mezzo all'orto vostro 

Giusto non è ch'io vada tanto avanti. 

Ch'a a fare il e con il Pater nostro? 

Nei sonetti ix e x, Priapo si scusa, come già ha fatto 
per altro, di andare così alla scoperta, e ce ne spiega le cu- 
riose ragioni. Nel xi si feriscono poi atrocemente Paolo III 
e Carlo V. 

Per conoscere Polo e la sua corte, 
Pongasi mente, che l'ipocrisia, 
E con l'ambizion, la sodomia 
E l'avarizia ha sempre in su le porte. 

Per conoscere Carlo alle sue scorte 
Guardisi poi, perchè gli fan la via 
La vanagloria con la tirannia, 
Che ha per insegna le mascelle torte. 

Accusando la propria bruttezza, e mettendo in evidenza 
i suoi pregi, egli si rivolge alle donne (sonetti xvi e xx). 
dicendo loro che ha su di esse un impero grandissimo, e 
che non si contenta di essere da loro baciato solamente. 
Desidera che esse depongano la loro gravità, smettano la 
falsa modestia, e manifestino senza alcun ritegno le loro 
voglie, tanto più che egli potrà somministrare loro erbe 
da impregnare e spregnare a loro posta. 

Ma eccolo alle prese coU'Aretino. Priapo, mosso certo 
dubbio pel sìm) esser di legno e non di carne (sonetto xxi),; 
se ne scusa, dicendo che ciò è pure senza pregiudizio della 
sua virtù, e conchiude (sonetto xxii) : 



— 107 — 

Kesta per questo ch'io non sia divino, 
Se più di mille volte e pure adesso 
Sono uscito di cu all'Aretino? 

Nel sonetto xxv il Dio degli orti si lamenta di soffrire 
il freddo e la pioggia nell'inverno, di essere tormentato al 
doppio nell'estate; e che i principi f..... veggano il danno 
a cui egli è esposto, e non se ne curino, e invece copron 
d'oro il loro e... Aretino. Ma per fortuna questi (sonetto xvi), 
impietosito, presta al Dio, con molte scuse, il fodero suo. 
Poi, non potendo altro, per la sua miseria (sonetto xii), 
gli consacra uno straccion di saio cremisino, 

Perchè dinanzi standogli appiccato 
Serva per spaventacchio nel giardino. 

Ma Priapo vorrebbe piuttosto che il Papa (sonetto xxvni) 
provvedesse alla sua nudità, almeno con un cappello, egli 
che ha incappellato tanti e tanti, e conchiude: 

In Koma, in Eoma chi ci metto cura 

I e tutti non han buona sorte 

Ma tutti i cu sì che han ventura. 

Ancora piti osceni di questi, e assai più violenti e pieni 
d'irriverenza verso ogni cosa sacra, sono i sonetti xxxi, 
XXXIX e il sonetto xini, rivolti contro il Papa, grande pro- 
tettore del suo nemico. Il Franco finge che questi con- 
ceda a Priapo ogni licenza sulle monache, (*) e che sia 
sempre pronto, per denari, ad assolvere ogni peccato car- 

(1) Sulla vita, a volte licenziosissima, delle monache, sono pieni 
di accenni, oltre i nostri novellieri, molti documenti del tempo. Si 
veggano per tutti. Aretino, RagionamentL Parte prima w ne la quale 
la Nonna in Roma, sotto una ficaia, racconta a V Antonia la vita de 
le monache », Firenze, 1892; Firenzuola, Opere, Firenze 1848, 
voi. I, p. 201, nov. 7^; S. Bongi, Storia di Lucrezia Buonvisi 
Lucca, 1864. 



— 108 - 

naie. In molti altri di codesti sonetti è oscenamente vitu- 
perato anche l'imperatore, di cui son noti i benefizi verso 
TAretino, Si veggano i sonetti xlv, lviu, clvh e cxcm. 
In essi gli si danno gli epìteti più sanguinosi, sino a chia- 
marlo gran viso di e (*); lo si accusa d'adulterio; gli 

si rimprovera di aver l'abitudine di cogliere il primo fiore 
delle vergini, maritandole poi; e si mettono in ridicolo i 
suoi provvedimenti contro gli eretici. 

Già Carlo con la spada e la bilancia 
Veglia per tutti, ed ha seco il gentile 
Ser Papa Paolo con l'età sua rancia. 

Si che vedremo innanzi mezzo aprile 
Per virtù loro, e questa non è ciancia, 
Star tutto il mondo becco in un ovile. 

(sonetto cxcm). 

Però hanno sempre per noi una speciale importanza iso-| 
netti contro l'Aretino, di alcuni dei quali abbiamo già par- 
lato. Contro costui non v'è ingiuria che il satirico bene- 
ventano non avventi. I costumi più turpi, le abitudini di 
alcova più oscene, la vita intima delio scrittore dei Ba- 
gionamenti, ci sono rivelati con la più cinica disinvoltura: 

M'è forza, s'io crepassi, a non tacere. 
Come quell'Aretino gaglioflfazzo | 

Ha voluto oggi, ch'io gli presti il e i 

Per cacciarselo in bocca a suo piacere. 



(1) Nel Dialogo delle Bellezze^ e. 75 r. scritto, come s'è detto, nel 
1541, il Franco esalta invece la bellezza e la virtù di Carlo V. Ma 
non sappiamo intanto comprendere come egli, nelle ristampe della 
sua Priapea, (1546, 1548) non abbia tolto le ingiurie contro quel- 
Timperatore. E tanto meno poi ci spieghiamo come in fine della 
stessa Priapea, nella famosa Lettera ai Principi, egli lodi nello stesso 
tempo ciarlatanescamente il Davalos, che pure era in Italia il rap- 
presentante deirimperatore, e suo governatore a Milano. 



— 109 - 

Ond'io per non restarmi da vedere 

Cosa peggior nel secolo tristazzo, 

Non ho curato per restarne pazzo 

Contro mia voglia averli dato a bere. 
Mai non avrei pensato che a un divino 

A quest'ora piacesse l'allattare 

E il suggere a guisa di bambino. 
Dunque, che cosa è da maravigliare, 

E di che gridan più, se ha l'Aretino, 

La peggior bocca che si può trovare ? 

(sonetto CLXV). 

Neppure la sorella di M. Pietro viene dal Franco ri- 
sparmiata: 

Priapo, questo picciolo libretto 
Pietro Aretin ti manda a presentare, 

Dove son tutti i modi del eh , 

E ciascun modo mostra il suo sonetto. 

A te sta dunque, per averti eletto 
Giudice in questo, che, secondo appare 
Per le figure, così voglio oprare . 
E ad uno ad uno mettergli in effetto. 

Dir non si può, che tu provati gl'liai. 
Né che altro autor ne parli si ritrova, 
Né che Elefantis ne scrivesse mai. 

Per informarti s'ella è cosa nuova, 
Per tutto disegnata ci vedrai 
La sua sorella che ne fa la prova. 

(sonetto xc). 

Né mancano accenni ingiuriosi al Giovio, allo Speroni, al 
Gaarico, al Dragonzino, al Fogliano, all'Egnazio e ad altri 
contemporanei. Nel sonetto xcm si colpisce la signora Tullia 
Rangona, che manda a presentare Priapo di una corona 

Di fine perle e tutta inorpellata; 



— no — 

e nel xov fin la casta Vittoria Colonna manda un am- 
basciatore a Priapo, dicendogli che l'ha sempre nel cuore, 
che prega per lui, e che si meraviglia essa stessa come 
l'ami tanto. E benché essa, dice l'ambasciatore a Priapo, 

spenda l'intelletto e l'arte 

In scriver rime, ed a te faccia torto 

Col farti tanta carestia di carte; 
Tutto questo riesce in tuo conforto, 

E sei costretto a torlo in buona parte 

Se piagne il e del marito morto C). 

In un buon numero di sonetti, i meno importanti, Priapo 
loda le virtù riposte nelle sue erbe (sonetti xxxv, xxxvn, 
Lxvi, Lxvn, Lxvni); o ne consiglia l'uso ad uomini e donne; 
si fa maestro di raffinatezze sensuali (sonetti xli, xlv, 
XLvi, XLvm, xLix, ecc.); o in fine dà ricette per malattie 
che possano intravenire nell'uso della Venere (sonetti lxxxi, 
CLi, cLiv). Felice ci pare, nel suo genere, la seguente cari- 
catura di una vecchia peccatrice: 

Una vecchiaccia ch'è tutta canuta; 

E vizza e rancia, e ch'ha degli anni tanti. 

Che si ricorda ben sett'anni santi, 

E Dio tei dica se sgargaglia e sputa, 
Con scusa della menta e della ruta 

Stammi nell'orto mio sempre davanti 

E con sospir pregandomi e con pianti 

Vorria del e mio qualche pasciuta. 

All'orecchio pian piano mi s'accosta, 

E mostrami di scudi una scarsella, 

Per farmi ia panocchia ben disposta. 
Sì che m'è forza, ch'io la meni in cella. 

Muffa, grinzosa e fracida a sua posta. 

Se avrà danari, mi parrà zitella. 



(1) Vedilo intero presso BoNGi, Ann. cit., voi. i, p. 375. 



- Ili — 

Arguto è il seguente sonetto contro i pedanti, testi- 
monianza da aggiungere alle infinite altre, della diffusione 
della pederastia nel cinquecento (^). 

Vorrei che m'insegnaste o voi Pedanti, 

Per esser l'arte vostra l'insegnare, 

E un dubbio mi toglieste da pensare, 

Ch'anch'io sarei de' vostri dozzinanti. 
Perocché ne rinnego tutti i Santi, 

Per non saper la causa che '1 fa fare, 

Che i putti voi volendo castigare. 

Sul cu... gli battiate tutti quanti. 
Parmi faccenda a sofferirsi dura 

Che dobbiate purgare il mal umore 

Sulle chiappine d'una creatura. 
Or, poffardio, che vi comporti il core 

Di dare una sì spessa battitura 

Al cu... a cui portate tanto amore? 

Neanche in questa raccolta viene risparmiato il Pe- 
trarca, di cui si cerca qualche volta imitare lo stile o la 
I mossa di qualche suo sonetto più famoso, o se ne co- 
piano addirittura dei versi; e neppure i suoi imitatori e 
commentatori (sonetti xcvi, xcvn, cxLvni, xcix, e). Così 
Nicolò Franco, povero, a quel che sappiamo della sua vita, 
e pare ci confermino anche i sonetti xxvm e xxix; privo 
ii aiuti; scacciato e ramingo; obbedendo al suo prepotente 
bisogno di dir male, nato con lui, e cagione principale di 
tante sue passate disgrazie (e certamente non ultima della 
sua morte), si sveleniva contro tutto e tutti: il Papa e 
l'Imperatore, i Cardinali e Principi, il suo grande nemico 
e rivale Pietro Aretino, gli altri letterati suoi nemici, i 
petrarchisti e i pedanti, le suore, i preti e i frati. Ra- 



! 

(1) Cfr. A. Graf, Attraverso il cinquecento, p. 125 e segg. 



- 112 — 

ramente, anche nei tempi di maggiore licenza, sì osò dire 
in versi tante sudicerie, quante egli ne scrisse in quei 
sonetti, si scagliarono tante ingiurie, e anche, diciamolo, 
assai di rado con tanta efficacia, naturalezza e scioltezza. 
Perciò la Priapea^ fra tutte le altre opere del Franco, è 
quella che più volentieri si legge; poiché essa, non solo 
rispecchia, assai fedelmente, i costumi e la vita di quel 
tempo e di quella società sonetteggiante petrarchevolmente 
e immersa in ogni vizio ; ma serve a rivelarci ancor meglio 
il carattere del nostro autore, che solo si manifesta scrit- 
tore originale, quando, posto giù ogni ritegno, può libera- 
mente mostrarci là sozzura del suo animo, e dare sfogo 
alla sua grande maldicenza. 



vn. 
DIALOGO DELLE BELLEZZE 



8 — SiMiAin. 



Uno degli argomenti, ai quali si ritornava più spesso 
nelle piacevoli conversazioni del secolo xvi, era l'amore (*); 
e l'elegante cardinal Bembo, riferendo le disquisizioni 
amorose tenute nei verdi boschetti di Asolo, e Mario Equi- 
cola, e Leone Ebreo, e Baldassar Castiglione, e Giuseppe 
Betussi, e Lodovico Domenichi, e il Dolce, e lo Speroni e 
molti altri, prima e dopo del Franco, scrissero ragiona- 
menti, dialoghi, e persino orazioni, ove trattarono dell'amore, 
e perciò della bellezza. Poco tempo prima del Franco, il 
Firenzuola aveva già scritto i suoi: Discorsi sulle bel- 
Uzze delle donne, nei quali egli esamina, come fece poi 
il Franco stesso nella prima parte del suo Dialogo delle 
bellezze (*), gli elementi che costituiscono la bellezza fisica 
di quelle. Lo stesso argomento fu piti tardi trattato da 
Federico Luigini 0), il quale s'ingegna, nella prima parte 
del suo libro, servendosi di molte citazioni di poeti antichi 
e moderni, di mettere anch'egli in rilievo i caratteri più 



(1) Cfr. C ANELLO, // Cinquecento, Milano, 1880, p. 296, e Rosi, 
Saggio sui trattati d'amore del Cinquecento ^ Recanati, 1889. 

(2) Dialogo di M. Nicolò Franco, dove ai ragiona de le bellezze^ 
Venezia, Guardane, 1542. 

(3) Luigini, Il libro de la bella donna, Milano, 1863. 



- 116 - 

notevoli delle bellezze fisiche della sua Bella donna^ e 
viene quindi a parlare delle bellezze morali che le si con- 
vengono: la castità, la semplicità degli ornamenti, la la- 
boriosità, la prudenza, ed infine l'apprendimento di ogni 
arte bella e gentile. 

Il Franco nella dedica alla Eccellentissima Maria Davala 
Aragona, mostra di voler trattare della bellezza corporale 
come segno ed espressione della bellezza divina, e toglie 
ad esempio la stessa marchesana del Vasto, per ispiegare 
intero il concetto della bellezza; concetto smarritosi in 
quel secolo corrotto, nel quale, secondo l'autore, era assai 
raro trovare una donna bella e pudica; poiché i falli più 
gravi contro la pudicizia erano proprie delle signore dotate 
di grande bellezza (*). 

Il Dialogo ha luogo in Casal Monferrato, in una splen- 
dida sala di Donna Buona di San Giorgio, dove il recente 
matrimonio di una nipote di lei, la signora Violante Pro- 
vana col signor Vespasiano Bobba, raccoglieva i più illu- 
stri gentiluomini di quella città. Vi erano il signor Gu- 
glielmo di San Giorgio, presidente dello Stato; i signori 
Eolando della Valle, Francesco Scozia, e Bonifacio della 
Chiesa, senatori; il signor Sigismondo Fanzine, governa- 
tore; il signor Flaminio di Monferrato, il signor Alberto 
del Carretto, e altri cospicui personaggi, che il Franco non 
lascia di nominare con tutti i loro titoli e le loro qualità. 

In sul principio quel dialogo si aggira intorno alla ri- 
cerca del bello. Iddio ha creato ogni cosa come animata 
da un amoroso desìo, che può piti in una persona che in 
un'altra; e nel cuore, ove esso alberga, si desta al cospetto 
della bellezza, principio e fine dell'amore, il quale è stato 



(1) Dialogo de le bellezze^ e. 3 v. 



— 117 - 

definito desiderio di cosa bella e non di buona. Buono è 
tutto quello che è tale da per se stesso, bello è ciò che 
può piacere più ad uno che ad un altro (0. 

Dopo aver vagato un pezzo in cento diverse astrattezze, 
il Franco, nel suo dialogo, qual destro ed abile conversatore, 
dal concetto speculativo del Bello, passa a quello pura- 
mente fisico e corporale, e ci dà il tipo d'una perfetta 
bellezza, secondo il principio della corrispondenza simme- 
trica delle varie membra fra loro. Loda sopra tutto gli 
occhi, specie se neri, come dicono essere stati in Venere. 
Non dispregia però quelli di altro colore, purché sieno lun- 
ghetti, lucidi, tumidetti e festosi (*); e dice come debba 
essere ogni altra parte del corpo umano, perchè possa dirsi 
bella concorrere alla bellezza. Ma per gli occhi, che vor- 
rebbe chiamare ^ le finestre de i leggiadri nidi de la beltà » , 
ha parole calde di entusiasmo; e dal signor Fanzine fa 
recitare delle ottave assai belle: 

Occhi, perch'io mi mova a voler dire 
Quanto siate a mirar vaghi e lucenti: 
Colpa non pur'è del mio folle ardire, 
Ma miracol di voi, che ben contenti 
Non sete d'addolcirmi ogni martire, 
Et render doppio lume a gli occhi spenti, 
Ma volete ch'anchor le lingue poi 
Sentan dolcezza in ragionar di Voi. 



Occhi,, dal poter vostro vien la vita 
Per cui sol vivo, e la continua gioia 
Ch'a più felici amanti è più gradita. 
E se pena talhor m'assale e noia 



(1) e. 12 V. 

(2) e. 24 r. 



— 118 — 

Sovra ogni altra gravosa & infinita, 
Et vi chieggo mercè quarhuom che muoja 
Vien dal desir, che di veder m'ingombra 
In tanta luce di pietate un'ombra. 

Occhi, se '1 batter spesso che Voi fate, 
Non temprasse al mio cuor voglia e desìo, 
Tanto vedrei de l'alme luci amate. 
Che spento resterebbe il gioir mio: 
Et nel più bel veder vedrei troncate 
Tutte le streme mie dolcezze, ond'io 
Gratie ne rendo a chi per minor pena 
A mia salute vi governa e frepa. 

Occhi se tanta forza ha '1 lume vostro, 
Che penetrando a la tartarea sede, 
Illuminarvi il più profondo chiostro 
Porìa co '1 suo valor ch'ogn'altro eccede. 
Senza ch'io più con carta e con inchiostro 
Vi faccia aperta la mia lunga fede. 
Legger da voi potrete entro il mio cuore 
Quanto (vostra mercè) mi detta Amore (*). 

Bellissimo è pure il tratto, in cui taciutosi il Fanzino^ 
la signora Buona ripiglia: « Infinito obbligo dovrebbero 
tutti gli occhi havervi: & tanto che siccome quegli degli 
huomini vi mirano con lo stupore, con che si mira la gran- 
dezza de la virtù, così quegli delle donne dovrebbero mi- 
rarvi con la cortesia con che si mira la nobiltà de la 
gratia, poiché (mercè vostra) con Thaver lodata la bella 
mano, si è qui venuti a la bella gara: ove ultimamente 
udito haviamo le belle lodi de gli occhi belli, de le quali 
debitamente son degni; & certo mal farebbe chi contro il 
parere del signor Fanzine altri dispareri allegasse : perchè 
nessuna cosa dirvisi potrebbe in contrario, che male spesa 



(1) e. 36 v. e 37 r. e v. 



— 119 — 

Qon fasse. Né io come donna che poco sappia, posso con- 
tenermi, che non dica, che quanto la bellezza de gli occhi 
avanzi ogni altra che sia, da questo si puote anche cono- 
scere che tutte le naturali bellezze si possono da le arti- 
ficiali accompagnare, salvo quella che ne gli occhi ha la 
natura locata; la quale perciò di necessità è, che sia tutta 
naturale, tutta schietta, tutta svelata, tutta senza inganno 
di maestrevole copritura, fuori di tutti studi, fuori di tutte 
cure. Se la natura gli ha fatti vaghi, belli & degni, alla 
vaghezza, alla bellezza e alla dignità loro nulla si puote 
aggiungere. Se diformi, spiacevoli, & travolti, la lor brut- 
tezza, la lor spiacevolezza, ed il loro torto difetto nessuna 
emenda possono ritrovare appresso gl'ingegni de la Leg- 
giadrìa, la quale (per che di lei non si taccia: bora che 
mi sovvien ragionando) altro non è, che queirornamento, 
queirhabito eletto, quella polita eleganza, quella dicevolis- 
sima disposizione in ogni atto gentile e gratioso, che per 
istudio umano ed onesto si acquista, & si noma in noi 
altre donne non meno Venustade che ne i belli e dis- 
posti uomini chiamano Degnitate; e tanto e differente da 
la Bellezza, quanto la Bellezza non si può acquistare, e la 
Leggiadrìa sì, benché molte volte la Leggiadrìa significhi 
Bellezza, confondendosi Tuna con l'altra. La Bellezza dunque 
naturale, che con honesto ornamento non sa adornarsi, di- 
rassi che non ha leggiadrìa. Puossi questa adoperare in 
tutte quasi le bellezze de i membri, sì come ho detto,, 
eccetto in quella de gli occhi, ove intromettere in nessuna 
guisa si può » (0. 

E continuando a dire le lodi di altre parti del corpo,^ 
il Franco improvvisamente si volge a ragionare degl'in- 



(1) e. 37 V. e 38 r. 



— 120 - 

flussi celesti suiruomo, delle relazioni tra le stelle e le 
forme dei corpi umani. Queste digressioni, questi passaggi 
da un argomento ad un altro, da una ad un'altra idea, 
così frequenti in tutti gli scritti di lui, non avvengono per 
gradazione logica di concetto, ma per una connessione sem- 
plicemente esteriore, e spesso per ragion di parole. Così, per 
esempio, quando egli ha parlato del potere della natura 
sulla formazione delle bellezze, entra d'un tratto a discor- 
rere della subbiettività e relatività dei giudizi sulle belle 
donne, che variano secondo il gusto dei tempi e il parere 
degli uomini. 

La ragione per la quale, secondo il Franco, più grande è 
il grido della bellezza nelle donne antiche, che quello delle 
moderne, è questa, che tutte le bellissime donne dell'an- 
tichità furono di gran condizione; e la bellezza trae gran 
vantaggio dalla nobiltà del sangue e dall'abbondanza degli 
agi. Tanto è vero che non ammiriamo in ugual modo due 
donne, di cui una sia plebea, nobile l'altra. 

Però vera bellezza è quella che si accompagna all'onestà, 
e tanto più essa è grande, quant'è più raro che si avveri 
questa unione, poiché intento della natura « non è che 
la bellezza de i corpi induca la bruttezza de l'anime » (*); 
onde « essendo fragilissima cosa la bellezza, pare neces- 
sario per sostentarla che ella con i sostentamenti de' beni 
de l'anima ch'è immortale e durabile debba unirsi, e unita 
viver pacificata » (*). Gli scrittori debbono dar lode non 
alla bellezza lasciva, ma solo alla pudica; e perciò l'autore 
sente di poter lodare, oltre Maria e Giovanna Aragona, 
inclite donne dalle eminentissime anime, molte dame ve- 



(1) e. 48 V. 

(2) e. 49 r. 



- 121 — 

neziane, già da lui encomiate nel Tempio d'amore ; molte 
del Monferrato e di varii altri luoghi dltalia, donne tutte 
cospicue, dalle quali ei poteva sperare protezione ed aiuto. 
E di tutte egli loda gli occhi, la bocca, il naso, la fronte, 
il seno, e via dicendo. Né si contenta solo di esaltare le 
signore belle; poiché, come accennammo, avendo egli per- 
dute le speranze fondate su Francesco I, si rivolge al mar- 
chese Alfonso Davalos governatore di Milano, e M'invit- 
tissimo Carlo V, facendo gli elogi strepitosi della loro 
bellezza. Così ei chiude la prima parte del suo dialogo. 

La seconda parte è, direi quasi, tutta di carattere spe- 
culativo, e contiene l'esposizione delle idee e del sistema 
platonico. Alcuni intendono, dice il Franco, la bellezza 
solo come proporzioni di parti, e quindi credono che sia 
soltanto proprietà dei corpi; e allora tutto ciò che è sem- 
plice non dovrebbe esser bello. Ma non per questo, ag- 
giunge l'autore, è da stimare che il bello non consista nella 
proporzione e corrispondenza delle parti tra loro. La ma- 
teria per sé è deforme, ma acquista forma, proporzione e 
misura per virtù della potenza spirituale, ch'è l'anima; 
ond'è che il bello diviene espressione e riflesso della virtù 
divina. 

Per conchiiidere, tre sono i punti principali intorno a 
cui si svolge il dialogo del Franco: 

P H concetto della bellezza, che non consiste nei 
pregi esteriori, ma nell'onestà e nella verecondia; 

2^ Il concetto puramente fisico, fondato sulla propor- 
zione delle parti; 

S^ Il concetto speculativo e platonico, che considera 
la bellezza come segno della virtù divina. 

Come s'è veduto, nel Dialogo delle bellezze l'autore ri- 
pete un po' le dottrine dei filosofi, che muovono da Pia- 



— 122 — 

tone, adattandole alla vita del tempo suo. A lui non po- 
tevano essere ignote le teorie di Platone stesso, né quelle 
sull'amore e sulla bellezza dei neoplatonici del quattro- 
cento, e degli altri scrittori, che, nella prima metà del cin- 
quecento, trattarono la stessa materia. Benché sia un an- 
tipetrarchista, pure il Franco non si fa scrupolo di trarre 
spesso la materia del suo dialogo dal Petrarca, e dai trat- 
tatisti contemporanei, in quanto li trova conformi alle dot- 
trine platoniche. Ma l'espressione di queste dottrine è per 
lui più esercizio d'ingegno, che teoria a cui conformare 
la vita. 

Vi sono poi in quel dialogo dei tratti che sembrano pa- 
rafrasati dagli Asolani. Nel terzo dialogo, il Bembo, dopo 
d'aver detto che come è bello quel corpo le cui membra 
hanno proporzione tra loro, così è bello quell'animo le cui 
virtù fanno tra loro armonia, soggiunge: « È dunque il 
buon amore desiderio di bellezza tale, quale tu la vedi, e 
d'animo parimenti e di corpo ; ed a lei, siccome a suo vero 
obbietto, batte e stende le sue ali per andare. Al qual 
volo egli due finestre ha; l'una che a quella dell'anima 
lo manda, e questa è l'udire; l'altra che a quella del corpo 
lo porta, e questa è il vedere » ('). Ed il Franco più 
prolissamente: « La nostra Anima bave due faccio: l'una 
inverso lo 'ntelletto suo superiore, e questa si è la ragione 
intellettiva, con che discorre tutte l'essenze intellettuali- 
L'altra inverso del corpo inferiore a lei; & questa si è il 
senso, il quale è cognizione particolare delle cose corporee. 
Hanno queste due faccio contrari movimenti. Et così come j 
la nostra anima, con la prima faccia de la ragione fa del 
corporeo incorporeo, così con la seconda faccia del senso, i 



(1) Cfr. Bembo, Opere, Venezia, 1729, tomo ii: Gli Asolani, p. 53. 



— 123 — 

accostandosi essa a i corpi sensati, & mescolandosi con 
esso loro, contrae l'incorporeo al corporeo : le bellezze cor- 
poree si conoscono da la nostra anima in questi due modi 
di cognizione con Tuna & con l'altra faccia: & secondo 
ognuna di loro si causa ne l'amor di quelle: cioè per la 
cognizione del senso l'amor del corpo, e per quel de la ra- 
gione l'amore del lo 'ntelletto » 0). 

n Dialogo delle bellezze dunque come concezione filo- 
sofica non ha veramente una grande originalità, né poteva 
! averla. È però merito del Franco l'aver esposto le teoriche 
I platoniche sull'amore, allora comunemente accettate, in una 
: forma spesso vivace e qualche volta festevole; l'avere com- 
pletato quello che in altri trattati anteriori era o accennata 
incompiuto ; il non essersi limitato, come, per es., il Fi- 
renzuola, all'esame della pura bellezza fisica. Assai, ap- 
prezzato nel cinquecento, questo trattato non ha conservato 
l'importanza ch'ebbe una volta. Gli nuocciono troppo le 
moderne teorie sull'amore, assai diverse da quelle d'allora; 
la soverchia prolissità di certe pagine; e talvolta quel fare 
scolastico nel ragionamento, cose tutte che stancherebbero 
un lettore poco paziente. 

(1) e. 91 V. 



vm. 
LA PHILENA 



La JPhilena (*) è un lunghissimo e noioso romanzo, in 
cui il Franco fa minutissimamente la storia di un suo 
amore con una dama dell'aristocrazia veneziana, Maria Lo- 
redano ('), che egli conobbe nel 1536, quando giunse a 
Venezia. Preludendo ai nostri romanzi psicologici, questo 
lunghissimo racconto è privo di azione; e può dirsi la 
manifestazione di quanti pensieri, sentimenti, sdegni, ire, 
pene, tormenti, gelosie, possano suscitarsi nel cuore di un . 
amante per lo spazio di ben sette anni. La donna amata 
\i comparisce sempre attraverso la fantasia dello scrittore ; 



(1) La Philena, Hiatoria amorosa, di Nicolò Franco, Mantova, 
RuffineUi, 1547. 

(2) Il BoNGi {Ann, cit.y p. 15), dice che il Franco nella Philena 
u non porge alcuna notizia sulla donna nobilissima e onestissima 
da lui amata », e dubita che ella piuttosto che nel mondo, sia stata 
nella fantasia deirautore; ma in ciò l'egregio uomo si è ingannato. 
Da un passo della Philena (e. 10 r.) ricaviamo ch'essa ebbe nome 
Maria; e da un altro (e. 338 r), che era stata esaltata dal Franco 
stesso nel suo Dialogo delle bellezze, sopra tutte le altre donne di 
Venezia. Ora, fra le nobili donne veneziane lodate in quel dialogo, 
non ve n'è che una sola che abbia nome Maria, ed è la Loredano. 
Dalla specialissima e lusinghiera menzione che ne fa lo scrittore, 
8i vede apertamente che per lei il Franco aveva una dilezione par- 
ticolare. 



— 128 - 

sicché quel libro manca di ogni vita, e si chiude, cosa ca- 
ratteristica per quella prima metà di secolo e per ciò che 
sappiamo dell'autore, col pentimento di Sannio per avere 
amato una donna mortale, e con un ritomo della sua anima 
traviata dal vero bene, a quél vero DiOy fattosi per noi 
uomini, vero uomo (*). 

H romanzo si svolge in gran parte per mezzo di visioni. 
Sannio smarritosi in una selva asprissima, dove urlavano 
spaventosamente alcune fiere, una delle quali pareva che 
gli movesse incontro, scorge Amore, che gli mostra una 
donna bellissima, e gl'impone di amarla. Il Dio dice allo 
scrittore, che quali che sieno le doglie che questa passione 
gli potrà cagionare, esse gli saranno compensate dalla 
gloria di non aver riposto il suo affetto in basso luogo, 
ma invece in una nobile, bella e pudica dama, che Amore 
chiama col dolce nome di Filena. Sparita col sonno la tì- 
sione, Sannio si dà a cercare per tutti i luoghi della città 
la donna veduta nel sogno, e non trovandola, impreca 
contro Amore, che lo ha così crudelmente beffato. Ma ecco 
che una sera, in un lieto convegno, si avviene in una dama, 
che all'aria, al portamento, ritrae appunto le sembianze 
di quella sognata, e Yi^n^ a sapere che ha il nome di Fi- 
lena. Sannio se ne accende subito; e da qui cominciano 
tutte le sue afflizioni; poiché, rivedendola pochi dì ap- 
presso, nel medesimo ridotto, la sua mente comincia a far- 
neticare; ed ei si duole di non essere né bello, né nobile, 
né potente, né ricco, per ambire all'amore di quella. Al- 
lora si propone di diventare migliore, e di non scrivere 
più libri disonesti, che lo facciano scadere nella stima al- 
trui. E mentre cerca ragione di tutti i fatti della sua vita, 

(1) e. 452 r. 



— 129 — 

ed ha cura della persona, perchè Filena più facilmente si 
invaghisca di lui, è assalito dalla gelosia. D'allora in poi, 
quanto più bella yede la*donna desiderata, tanto più è 
geloso, e teme di tatto e di tutti. 

Si è già in principio della primavera; e qui una lunga 
e minuta enumerazione di tutte le delizie di questa sta- 
gione, e delle feste civili e religiose, che si succedono Tuna 
all'altra, piene di pericoli e di seduzioni per le donne. Tra 
le principali è la cerimonia dèlie nozze del mare, nella 
quale le liete brigate percorrono in gondola le lagune ; e 
ogni grido di gioia, ogni squillo di tromba, o di campana, 
ogni sorriso di dama o galanteria di cavaliere, danno una 
stretta al cuore di Sannio, U quale trepida che Filena si 
accenda d'amore per altri. Se ella va in chiesa, la segue, 
ne spia ogni atto, ogni gesto, e pensa che le chiese non 
sono meno pericolose dei ridotti. La devozione di Filena 
lo turba e gli fa temere che ella alimenti, per via di segni, 
amori a lui ignoti. Poi si pente di essersi abbandonato 
a siffatti pensieri, ma tosto ricade nelle spire della gelosia, 
e teme tradimenti, convegni notturni, ^ altre insidie al suo 
amore. Sopravviene intanto l'estate, i calori della quale 
cacciano la gente in campagna. Filena va a villeggiare : e 
perchè il marito di lei ha spesso bisogno di recarsi in città, 
Sannio teme che ella, essendo sola, possa godersela con 
qualche drudo. Egli desidera che Filena scelga un amante 
discreto, che ne tuteli l'onore, e ne canti la virtù in ma- 
niera che l'amante e l'amata restino immortali; che scelga 
un poeta insomma, e questo poeta sia lui. « Sono i sacri 
Poeti Philena, non pure quegli che sanno le amate bel- 
lezze con etema lode ingrandire, ma i trombeggiatori an- 
chora; per le cui trombe e non per altre s'odono i più 
chiari fatti qua giù. Et fra quante oscure tenebre sarebbe 

9 — SlMIAKI. 



— 130 - 

la vertù et il nome di tanti lodati et eterni spirti, se la 
eloquenza d'e' grandi Poeti non gli havesse illustrati? 
Chiari yeramente ne sono moltf stati da se, ma chiaris- 
simi per chi n'ha scritto, si sono visti, et per chi i lor 
fatti ha magnificato. E quindi la eloquenza poetica tanto 
più bella è tenuta et più chiara del Sole, quanto è più 
leggiadra et più viva la luce de le figurate parole che de 
i lumi solari; e quanto può rendere chiaro altrui per tutto 
il mondo, cosa che fare il Sole non può, con tutti li sfa- 
villanti suoi raggi. Il che tanto più meraviglia accresce, 
quanto in arbitrio di cotai penne si è ; accrescere et sminuire 
le lodi altrui. In modo; che dove colle ardenti faci d'e' 
loro ingegni vuol folgorare la loro eloquenza, possono non 
pur gl'infimi sollevare, ma anchora i sublimi avallare. & 
tu, Philena, né l'una di queste cose hai cara, nò hai 
pavento dell'altra. Ma quasi il dover essere dai noi lodata, 
sia cosa momentanea et vile, vai spregiando le lodi che le 
lor penne potrieno darti. Né con tutto ciò pensi che grave 
pericolo sia, provocare a mortai odio quegli; che immortai 
scorno possono farti » (*). 

Intanto la villeggiatura di Filena, la quale nulla sa di 
questi desiderii e di queste minacce, si protrae per tutta 
la stagione; e Sannio comincia a temere dell'autunno, e 
poi dell'inverno. « Già la stagione del Verno è venuta — 
esclama egli — ne la quale i brevi giorni dando luogo 
a le lunghe notti, tutte le donne (com'è generale usanza) 
gran parte de le hore notturne ne le vegghie dispensano. 
E mentre i lor mariti anchora ne i destinati ritrovi, in sino 
a l'hora de la cena, a trastullarsi et a cantare, et a gio- 
care si danno, non so in qual libertà, non si trovino al- 

(1) e. 136 r. 



- 131 — 

Ihor le donne. Perchè se mai Philena fu libera di potere 
con altre donne trovarsi, ella (o misero) vi si può trovare 
a tei tempi. Anzi a tai tempi (il che non havrei creduto) 
può ella più assicurarsi a dar ogni adito a tutti i messaggi. 
Sono le notti buje, oltre a Tessere lunghe. Di che paò pren- 
dere tal sicurezza, che credendo per questo di doversi tener 
celata, potrà quei messi animosa intromettere, che non ha 
in fin ad hora intromessi. Et chi sa che quest'animo non 
s'assicuri in tanto, che come ella riceva il messo, non 
riceva anchora chi manda » (*). 

E quanto più addentro va l'inverno, più spaventoso si 
viene mostrando il timore di Sannio , il quale ad un certo 
punto crede che la sua passione sia opera dì malìa. A 
queste si aggiunge un'altra preoccupazione, cagionata dalla 
notizia di una malattia di Filena; notizia che sulle prime 
lo turba, ma poi gli reca un triste conforto, perchè spera 
che, con la morte di lei, cessino i suoi tormenti. Ma, come 
al solito, si pente e ritorna a dolersi, e a sospettare. Non 
potrebbe ella fingere il male per qualche suo malvagio di- 
segno? Dubita financo che ella faccia servire il medico da 
mezzano, o che sia iu tresca con lui. Perciò invettive contro 
le donne e contro i medici; invocazioni alla morte per se 
e per Filena. E giàl'imagina morta e sfigurata; ma quindi 
scongiura Dio che gliela ritorni in vita ; chiede a Febo che 
la risusciti coi suoi raggi; invoca per lei tutte le divinità 
dell'Olimpo. Il troppo amore lo aveva indotto a desiderare 
la morte di Filena; ma poiché ella lo aveva ingentilito, 
ed aveva accresciuto la sua fama ispirandogli opere durevoli, 
eccolo fuor di sé dalla gioia alla notizia della guarigione 
di lei. Ma Sannio non tarda a ricadere nella solita gelosia. 



(1) e. 149 V., e 150 r. 



- 1S2 — 

la quale, avvolgendolo in tristi e dolorosi pensieri, lo con- 
tarba in modo ch'egli s'ammala mortalmente* Forse gli 
Dei lo avranno punito pei sospetti ingiusti verso la sua 
amante, e fra breve gli toccherà di morire ; ma non è della 
morte che egli si dà pensiero, bensì della gioia degli in- 
vidiosi e delle lacrime di Filena, la quale, intanto, non sa 
nulla ancora di tutto questo farneticare di Sannio. Guarito 
anche lui, vuole scrivere a Filena, significarle il suo amore, 
narrarle le sue sofferenze; oppure dirle che si è tolto al- 
l'amore di lei, così ingrata e crudele. Scrive prima una 
lettera piena di ingiurie ;^^ poi gli sa mate averla scritta, e 
la distrugge, deciso di fuggir lungi da Filena; ma addor- 
mentatosi (espediente comodo davvero) ella gli apparisce 
in sogno più bella e più seducente che mai 

Tutto ciò in fine gli fa pensare di darsi la morte col 
pugnale. Sannio procura con varii sofismi giustificare il suo 
proposito. Ha cura di farsi l'epitaffio : un lunghissimo elogio 
funebre; ma prima di eseguire il fiero disegno, vuol rive- 
dere un'ultima volta Filena, e va in cerca di lei. Intanto 
pensa che sarà ben lieto della nobile compagnia che tro- 
verà all'altro mondo, e propriamente nella Selva Mirtea, 
soggiorno degli amanti disperati. Pochi ne troverà più 
gloriosi di lui. Piramo, Leandro, Filli, Ifis, Bidone, e le 
mille anime di amanti ivi raccolte, vedendolo, gli faranno 
accoglienze festevoli; ed egli s'intratterrà con Fedra, con 
Cleopatra e con vani altri spiriti. Ma muta subito propo- 
sito, e stima meglio starsene in questo mondo. Se morisse 
i suoi nemici gongolerebbero; del resto il Re di Francia 
e quello d'Inghilterra lo desiderano alle loro Corti ; gli 
altri principi si contendono la fortuna di averlo presso di 
loro. Lascerà Venezia, scriverà un libro nel quale narrerà 
le sue pene ; e Filena, leggendolo, si persuaderà ad amarlo. 



- 133 - 

Dopo essere stato un pezzo incerto se debba o no par- 
tire, dolente che Filena non saprà nulla dell'amore, ne 
della partenza di lui, finalmente si convince di non aver 
amato che un sasso, un vento, un insensato animale, e 
si decide davvero a lasciare Venezia. Commovente, benché 
alquanto retorico, è il saluto con cui lascia la sua abita- 
zione: f^ dolcissima Cameretta a me più cara d*ogni altro 
luogo: poi che sola testimone d'ogni mio male, sola mi 
se' stata compagna et sola fidissima secretarla. Laonde ne 
di lacrima, né di sospiro, ch'io abbia sparto, è stata con- 
sapevole persona alcuna, salvo tu sola. La quale non pur 
hai saputo le mie miserie tener secreto, ma mentre teco ho 
pianto, m'hai rallegrato con l'allegra tua vista, e molte volte 
in gran parte mi se' stata conforto. Per la qual cosa, sempre 
che di gravi pensieri era carco, o con Amore in proterva 
guerra, ratto correva a te come alla allegitrice d'ogni mio 
peso, al sostegno de la cedevole via, et al consiglio de le 
sconsigliate angosce. Et pur' bora, mentre in così stremo 
passo mi trovo, par che dolce mi sia l'esser teco; sì che 
(s'egli possibile fusse) vorrei qui pur ora terminare queste 
poche ore, vorrei, dico, che questa notte mi fusse l'ultima 
dopo tante, senza bavere a trovarmi luogo, che più grato 
di te mi sia. Lasso me, quante carte ho io vergato e quante 
squarciate nel tuo picciolo seno? Quante ancora ne appa- 
recchiava pur bora, se la crudeltà de la sorte non me ne 
dava sì tosto essilio? Dunque altrove andrò io a fornire i 
cominciati lavori? altro ridotto vedrà anchora questi occhi 
piagnere? e non bastava la fede tua a far credere il mio 
male? et altri testimoni ci bisognano senza i tuoi? Hor 
aadronne, s'egli è così. E poi che per piagnere in un sol 
luogo, le lagrime de i miseri non acquistano fede, spero 
diffondere per tanti luoghi il mio pianto, che sasso in 



- 134 - 

monte non resterà, né spelunca in valle, ne augello in 
ramo, né fiera in bosco, né fronda in arbore, né filo d'alga 
in mare, né ninfa in antro, né bifolco in campagna, a cui 
non debbano le mie grida arrivare. Per che da quelle an- 
noiato ad ogni bora il mondo, pregherà a la fine il cielo, 
che la vita mi tolga, o ponga fine a tante sciagure. 
fidissima cameretta, chi crederla che un seno piccolo qual 
é il tuo, fusse capace di tante pene ? veramente a pochis- 
simi si darebbe a credere, e pure sì ne sei stata capevole, 
ch'hora visibilmente i miei mali in te veggo e per essere di 
tante miserie ricettacolo, chi fie dunque che più misero vi 
si debba ricevere? Chiaro è; che per qualunque sommi tor- 
menti che rechi Amore, ninno più di me tormentato potrà 
ridursici. Tu bene, o cameretta il sai, et con verissimo te- 
stimonio l'hai conosciuto. Dunque ad ogn'altro quantunque 
misero, che a te capitasse, potrai tu dire, quanto egli vi si 
può stimare felice. Et per questo tu caro albergo, avverso 
ricetto di cotante miserie, havrai teco possanza di tutti quei 
miseri felicitare, i quali capiteranno a te. Impero che mentre 
a tutti proporrai il gran novero dei miei mali, pochissimi 
parranno a ciascuno i suoi, udendo quanto sieno infiniti i 
miei. E questa virtù non fie poca in te : poi che ciascun 
infelice che a te ne viene, può felice nel tuo seno stimarsi. 
Il quale dono come che piccolo sia, io ti lascio in premio 
de i benefici, che ho conseguito da te: havendomi sì te- 
neramente nel tuo grembo raccolto, che così caro ti sono 
io stato, come fui alla prima culla. Vorrei in ricompensa 
di ciò maggior cosa lasciarti, ecc. » (*). 

Sannio si mette in viaggio, e giunge a Casale; ma il 
mutar luogo non calma l'animo di lui, e vive col pensiero 



(1) e. 341 V., e 342 r. 



- 135 — 

sempre volto a Filena. « Il vago lume di tanti occhi, il 
dolce suono di tante bocche, il terso oro di tante chiome, 
il bianco avorio di tante mani » non valgono a cancellare 
Filena dalla sua memoria. Le feste rumorose che si fanno 
intomo a lui, non lo distraggono; e tutti si meravigliano 
della sua salvatichezza. Se lo invitano alla pesca, ei rifiuta, 
perchè le acque del fiume gli ricordano penosamente le 
lagune veneziane; e le insidie tese ai pesci, che egli era 
stato preso alVamo da i dolci lumi di Filena. Lo stesso 
avviene per la caccia, e per gli altri passatempi. Laonde 
visto che nessuno di questi diporti lo distrae dai suoi pen- 
sieri, delibera separarsi dalle liete brigate, e darsi alla so- 
litudine. Così il tempo passa, e Sannio trova il modo di 
rivolgere a Filena una infinità di apostrofi, e, dopo sette 
anni di lunghe querimonie, non si stanca di esclamare: 
« Filena ecco che le staggioni d'una in altra senza posa 
ne corrono. Et mentre con te sola favello, et a te sola i 
miei pensieri s'indrizzano, conosco come il mio stato im- 
peggiora, e m'avveggo, com' hor volge il settimo anno, che 
senza vederti, a tanti mali con sofferenze soggiaccio. Et 
meno curarei soggiacerci, se bora che a te mi volgo, cer- 
tissimo io fossi del tuo lieto e felice stato. Ma certissimo 
non ne son io, poiché notte non passa che con orribile vi- 
sione non mi rappresenti la tua vita a me tolta. Ah se 
questo è mai vero, com'esser può che per altissime voci 
sì gran rumore non s'oda? Ma veramente, poi che per altri 
messi noi sento, son io a credere indotto, che mia trista 
opinione sia falsa. Consenta dunque Iddio et natura, che 
falsa sia, e tale in te la vita perseveri, che alla mia morte 
sia testimone. Questa sola grazia mi concedano gli onni- 
possenti motori, sì che comprese prima le voci che vo spar- 
gendo, non abbandoni la tua anima il mondo, senza por- 



- 136 - 

tame ne l'altra vita il mio core. Il quale in questa senza 
dubbio t'è poco chiaro » (*). 

Qui l'autore si avvede di avere scritto molto a lungo 
del suo amore, e promette di finir presto; nondimeno trova 
modo di seguitare per altri due lunghi libri. Nei quali 
narra, che, stanco di piangere, va in casa, e, sdraiatosi sul 
suo letticciuolo, si mette ad imprecare contro l'invidia e 
contro la fortuna; e, biasimando ora l'una, ora l'altra per 
parecchie pagine, finisce con l'addormentarsi, ed ha la vi- 
sione seguente: Gli pare essere nella selva dove Amore 
gli era apparso per la prima volta mostrandogli Filena, 
della quale Sannio chiede notizie a quel Dio. Questi gli 
rimprovera di non aver saputo amare con moderazione; gli 
promette ritorlo al male che lo afiligge, e gli nega non 
solo le notizie desiderate, ma gl'infligge un lungo e noioso 
discorso sul vero modo d'intendere l'amore. Gli dice ancora 
come tutto ciò che aveva fatto e pensato dal giorno del 
suo innamoramento, gli avesse fatto perdere più grata sede 
in quel regno. Queste ultime parole maravigliano Sannio, 
il quale dispera della sua salute, non vedendo intomo a 
sé che spine. Allora Amore lo piglia per un orecchio, e 
scotendogli il capo ripetute volte, gli dice che il male degli 
amanti è quello di credere che nella selva d'Amore non 
vi sieno luoghi diversi da quelli veduti. Sannio guarda 
attorno di nuovo, e s'accorge che la selva non è più quella, 
ma dove meno aspra, dove più, dove piacevole, dove pia- 
cevolissima, ed occupata da molti abitanti. Amore dimostra 
a Sannio com'egli avrebbe potuto trovare riposo in uno dei 
luoghi più belli di quel giardino, se avesse saputo render- 
sene meritevole. Gli addita quello ove son coloro che 

(1) e. 392 r. 



— 137 - 

hanno amato alla maniera di Sannio, e quello degli amanti 
vili e abominevoli, e gli fa conoscere da quali pene son 
tormentati. Poi, in luogo ridente d'alberi e di liete erbette, 
gli indica i mariti che si sono tenuti fedeli alle loro mogli, 
e piglia questa occasione per discorrere lungamente della 
santità del matrimonio. Sannio lo contraddice, sicché Amore, 
sdegnato, lo vuole lasciar lì solo; ma quello lo prega che 
sul momento gli trovi altri mezzi di bene, promettendogli 
di tornare in quel luogo, quando sentirà il bisogno di una 
onesta unione. 

Giunti dove hanno stanza coloro che sacrificarono i beni 
e la vita alla patria. Amore esorta Sannio a fermarvisi e 
a dedicarsi al bene di essa; ma egli risponde che nella 
sua sono onorati i vili e gl'ignoranti, perseguitati quelli di 
cui essa dovrebbe essere orgogliosa. Preferisce poi i tor- 
menti dell'amore per Filena, ai mali che l'affliggerebbero 
se tornasse al suo paese. E neppure vuol consacrarsi alle 
Iodi dei principi: nò accetta il consiglio di dedicarsi alle 
armi; né quello di darsi agli studi sacri, o delle scienze 
naturali, o delle leggi, o della filosofia, o della poesia da 
lui amata altre volte. 

Poco dopo Sannio è condotto là dove stanno adunate 
alcune donne bellissime, che sono le arti liberali. Infinita 
è la schiera degli amanti delle discipline personificate in 
quelle donne. Seguendo coi suoi studi una di esse, Sannio 
non solo si sarebbe fatto immortale, ma avrebbe spento in 
quel nuovo amore il suo fuoco, e sarebbe immune di ge- 
losia, perchè quelle donne sono invisibili e impalpabili. 
Sannio dubita che in quella guisa riguadagnerebbe la pace; 
ha provato tali amori, e non ne è rimasto soddisfatto. E 
poi ha deriso i petrarchisti, contro i quali si diffonde per 
molte pagine, chiamandoli non veri amanti, ma scimmie di 



- 138 - 

veri amanti. « Non altrimenti che meretrice si può stimare 
la donna, la quale generalmente da quei che Tamano, è 
amata non con disegno, che diletto sia de la mente e de 
i lor pensieri, e gloria de i loro studi; ma perchè riacqui- 
stata, ne sia di poi esposta a pubblico e sfacciato gua- 
dagno » (*). 

Si dedicherà invece alla correzione dei costumi altrui? 
Tutti sanno s'ei vi riesca. Ma di quanti danni e di quanti 
mali gli sia stato il volersi far medico dei vizi degli altri 
lo sa Iddio, che lo ha scampato da tanti pericoli. Sannio 
con V ombra delle sue carte ha medicato molti già marci 
d^alcune nascente villane e putride, e perciò è inutile 
che Amore lo riponga tra cotali medici, essendovi di gih. 
Cerca quindi chi possa amare tra quelle donne, e non ne 
trova alcuna capace a guarirlo dai suoi mali. 

Amore allora lo trae in un prato delizioso, ove sorride 
eterna primavera. Ivi si ama la stampa del figliuol di Dio, 
ed a questo amore è bene che Sannio si dedichi. Amore 
parla al suo seguace, col tono di un predicatore, della mi- 
sericordia, della bontà divina, e del sacrifizio fatto da Cristo 
per la salute degli uomini. Indi sparisce. Sannio si sveglia 
stupefatto, ed è pieno di sbigottimento per le cose straor- 
dinarie vedute e udite. A poco a poco si sente più tran- 
quillo; il pensiero di Filena si allontana dalla sua mente ; 
ed egli spera una vicina e completa guarigione del suo 
male. Ha una grande fede in quella sua visione, e crede 
ai sogni, perchè in fine anche la vita è un sogno. Il suo 
amore non ha più nulla di terrestre, è divenuto amore 
della creatura pel creatore. 

Come si sarà potuto vedere da questo riassunto, il ro- 



(1) e. 448 r. * 



— 139 — 

manzo del Franco ha ben poco che possa attrarre o com- 
muovere. Sannio, mentre vuole apparire poeta e filosofo^ 
sofistica puerilmente su qualunque cosa faccia Filena; la 
quale dal canto suo non ha sangue, né alcun calore dì 
vita, e potrebbe assomigliarsi a una di quelle statue di 
cartone, su cui i mercanti sogliono ogni giorno adattare 
or uno, or un altro abito, perchè il pubblico lo ammiri e 
se ne invogli. Di questa statua però del Franco non siamo 
oggi piti disposti ad ammirare Tabito sopraccarico di fron- 
zoli e di ornamenti. Filena non è una creatura di carne 
e di nervi. L'autore ne parla con parole così generiche, 
che mostrano chiaro com'egli non amasse gran fatto quella 
donna, a cui, del resto, mai ebbe a manifestare il suo amore. 
Non c'è in tutto il romanzo una scena, nella quale Filena 
si muova, viva, e mostri di avere un indole, un carattere 
definiti. Ora quello che rende vivo un personaggio in una 
opera d'arte, è l'essere rappresentato in moto, con azioni 
determinate, che sieno l'effetto delle sue passioni, dei suoi 
impeti, del suo modo di pensare. Quale dramma può svi- 
lupparsi se la creatura per cui si sospira, non sa nulla 
di chi l'ama, anzi non ne sospetta nemmeno l'esistenza? 
Sannio con tutte le sue smanie, con tutte le sue gelosie, 
è alquanto ridicolo. Perchè mai non si accosta alla Dea, e 
non le comunica un po' dell'affetto suo, non le fa indovinare 
la sua devozione? Pur troppo nel secolo xvi, guardare nell'in- 
timo delle cose, dopo Dante e dopo il Boccaccio, non fu più 
l'abitudine costante di molti di quei letterati, non pochi dei 
quali smarrirono nell'imitazione classica il senso del vero. 
Tuttavia la Philena ai suoi tempi e nel secolo succes- 
sivo fu giudicata opera di molto pregio. Il Pena (*), nella 

(1) Cfr. La Lucerna, di Eurbta Misoscolo, Venezia, 1628. a La 
Filena poi (levatone la empietà e la poca reverenza verso quelli 



— 140 - 

sua Lmerna la dice imitazione della Fiammetta, e qual- 
cuno ha asserito, non sappiamo con quale fondamento, che 
essa abbia ottenuto più fama dello stesso Decamerone. 
In vero il Franco, come dimostrano le numerosissime re- 
miniscenze del canzoniere del Petrarca, piuttosto che la 
Fiammetta del Boccaccio, alla quale la Philena si può 
solamente paragonare per le lunghe querimonie di Sannio, 
che rammentano da lontano quelle di Maria d'Aquino, si 
propose imitare lo stile fiorito del Petrarca, che esagerò 
nei suoi difetti con una grandine di concettini, che si se- 
guono alle volte per intere pagine. Abbondano nella Phi- 
lena quei concetti pellegrini che tanto piacquero nel sei- 
cento; e quella prosa è spesso cosi artificiosa da riuscire 
pesante e stucchevole. Ecco come lo scrittore apostrofa la 
sua Filena: « Philena se de le stelle son'altre erranti, 
et altre fisse, come può essere che le tue sieno fisse et 
«rranti insieme? Dirai che quali sono de gli amanti i lanii 
in un amore mai fermi, tali de Tamata Donna i guardi 
debbono erranti mostrarsi. Egli è il vero cotesto. Ma se tu 
vedi come i miei occhi son pur fissi in te sola, a che i 
tuoi sono erranti in altrui? » (*) « Philena, già gli è 
giunto rhorrido verno, il quale versando per gli occhi 
spesse pioggie di lagrime, et per la bocca vento continovo 
di sospiri, ben mostra di dolersi con gli elementi; onde 
sia, ch'egli solo tra le stagioni si veggia da la natura sì fie- 
ramente trattato » (•). Parlando della sua passione, esclama 



che per ogni rispetto dobbiamo venerare e udire come trombe di 
Dio) mi piace; la dettatura è nobile; la inventione gentile, i con- 
cetti pellegrini; insomma ell'è una buona scimia della Fiammetta ". 
p. 153. 

(1) e. 378 r. 

(2) e. 389 r. 



— 141 — 

peggiorando un concetto del Petrarca: « Et io (tanto è 
indurato hoggimai) non sento punto disfarsi l'antico giaccio^ 
che mi è ristretto d'intorno al core, il quale se ben si 
stempra tallhora, in acqua et spìrito si converte, che non 
senza grandissima angoscia, del petto m'escono et per la 
bocca et per gli occhi » (*); e ricordando il sacrifico del 
figlio di Dio: « Et per tanto, (xiustitia fu, che dove il 
primo Padre per disubbidienza et per superbia peccò, esso 
d'Iddio Figliuolo, con l'ubbidienza et con Thumiltàle sue 
mende purgasse. Giustìtia fa, che se ivi una Donna dìo 
principio a Ja perditione, qui un'altra il desse alla comune 
redentione, et dove colei fu ingannata con la voce del rio 
serpente, qui l'altra concepisse con quella del celeste et 
alato cornerò. Giustitia fu, che dove colei fece il suo ma- 
rito nocente, costei partorisse il suo figliuolo innocente, et 
dove il marito de l'una quivi peccò mangiando, il figliuolo 
de l'altra qui digiunando scancellasse i peccati, et dove 
colui fu vinto dal serpe per lo mortifero legno de l'arbore 
interditta, costui per lo salutifero legno del suo supplìtio, 
abbattesse il fiero serpe nemico de l'humana progenie. Et 
ultimamente, dove quegli vivendo recò morte a sé et a 
tatti suoi, questi morendo liberasse i morti, et quegli che 
hanno a morire, con arricchirgli di sempiterna felicità » (*). 
Ciò non gl'impedisce di mescolare spesso ai concetti del Pe- 
trarca le reminiscenze dantesche, come, per es., carte 377 r. : 
« Già pur' bora da l'aer bruno si tolgono gli animali a le 
;lor fatiche »; a carte 386 v.: « Philena, già le provvide 
!formiche schierate si veggono in lunghi et diversi esserciti, 
et mentre vanno et tornano, et per entro le lor brune 



(1) e. 387 r. 

(2) e. 461 r. 



— 142 — 

schiere s'ammusa Tuna con l'altra, si vede come tutte sol- 
lecite tranne il picciol grano a fatica »; e a carte 388 y.: 
« Philena, già che l'uva imbruna per ogni arbusto, si 
vede come il villanello tutto timido d'e' suoi danni, va con 
le spine chiudendo ogni aperta, ch'egli intomo si vede: 
affine che ninno sia poi, il quale ne i presti frutti il dan- 
neggi »; e così sbizzarrisce in tanti altri luoghi. 

Ma il modello che egli si propose di imitare, pur con- 
servando la sua originalità, fu, come s'è detto, il Petrarca. 
Egli dovette credere di poter divenire così famoso per 
quella prosa, come pel verso era divenuto l'amante di Laura; 
tanto essa è leccata. È però suo pregio l'essere assai lon- 
tana dalla gravità accademica, che rende così uggiosi molti 
degli scrittori del nostro cinquecento. Egli stesso giudica 
la sua opera piena ^'infinita éloq^uenza... espressa ttd- 
tavia con iscelte parole e tale che potrebbe anchora a 
cavalieri aggradire, in modo che ne coronassero il suo 
nome d'eterna lode (*). 

Però quello che principalmente rende noioso il romanzo 
del Franco, è, come abbiamo detto, la mancanza di vero ca- 
lore, e il modo, tanto diverso dal nostro, di concepire l'amore 
e di considerare l'arte. Sono tuttavia notevoli le pagine dove 
l'autore, secondo il suo solito, si fa acerbo riprensore dei 
vizi altrui; e piene di vero sdegno quelle in cui biasima 
fortemente i costumi del clero, in verità assai corrotti in 
quel secolo ('); quelle con cui si scaglia contro coloro 
che non hanno cura della misera patria lacerata dalle fa- 
zioni ('); e infine quelle contro l'Aretino, che però non 



(1) e. 334 V. 

(2) e. 92 r., 211 r., e 214 r. 

(3) e. 437 V. e 438 r. 



— 143 - 

nomina. Cosi Sannio descrive ad Amore i mali dell'Italia: 
« Porgi gli orecchi alle strida di tutta la* misera Italia^ 
ma più de l'infelice Insubria, in modo spogliata, che voce 
a pena non ha di poterne gridare al cielo. Volgi ad un 
tempo gli occhi a vicini paesi; et quello ti sie presente che 
per opra sol'avviene de l'ingiusta militia. Quivi a tutti i 
I tempi si vede il misero paesano da suoi beni scacciato, 
I eedere a l'ingiusto guerriero. Quivi gli agresti campi tutti 
disfatti. Quivi il biflfòlco sempre piangere il rotto essercitio. 
Et se pur i semi a la terra manda, a pena comincia a ren- 
dere il frutto, che sente la quiete turbata, le rapine de 
gli armenti et d'e greggi, et l'arsione' d'e campi, onde l'af- 
jfamata penuria intanto n'avanza, che le pallide genti ne 
muoverebbeno a le fiere pietà, se coloro che cagione ne sono, 
non fussero d'ogni fiera più empi; per che a tanto se n'è 
venuto, che senza conoscersi più dritto et dovere, chi bave 
il male, si bave il danno » (*). E siccome queste parole non 
eorrispondono alle lodi da lui dirette a taluni di quei de- 
Tastatori, ei si scusa dicendo: « Sebbene tallhora ho il 
tempo gittate in lodarne alcuno, è avvenuto per volermi 
scoprire, che in quel modo sappia adulare com'essi da i 
parassiti hanno a core. Ne per bavere con la penna ciò 
fette, si può stimare che le lodi da me lor date si deb- 
iano bavere per vere, et de le quali sian degni » (•). 

Per la storia del costume c'è poco da trarre dalla let- 
tura della Philena. Il Franco descrive la festa del Bu- 
cintoro, per altro in modo analogo alle moltissime descri- 
poni che ne fanno gli storici veneti; ci parla degli svaghi 
lei popolo e dei nobili veneziani durante l'inverno, specie 



(1) e. 437 V. e 438 r. 

(2) e. 440 V. 



— 144 — 

del giuoco colle palle di neve, comune quest'ultimo a molte 
altre regioni d'Italia; ci descrive le prove di forza e di 
destrezza, sia per mare colle barche, sia sui ponti coi ba- 
stoni, della gioventù veneta, e financo un circo di tori. Ma 
codeste descrizioni, replichiamo, non hanno veramente nulla 
di specioso, né di caratteristico. 



IX. 

LE BIME MARITTIME 



I 

10 — SlMlANI. 



Ed ora delle Bime marittime (*). Sono cinquantacinque 
sonetti, la maggior parte di argomento amoroso, ove ogni 
ombra di passione è soffocata da artifizi d'ogni genere. 
Il poeta, servendosi di concettuzzi, fa spesso dei paragoni 
con lo stato d'animo in cni egli finge di trovarsi; anche 
quando descrive una qualche scena marittima. Il suo cuore 
è agitato come le acque del mare, per cui egli naviga; la 
sua passione è il vento che fa allontanare di notte la na- 
vicella sua dal lido, e la spinge contro scogli pericolosi; 
la sua donna ha tutte le insidie che presentano le salse 
onde marine; la durezza del cuore di lei è paragonabile 
solo alle sirti contro cui teme di perdersi; e cosi via. 

Due sono le donne celebrate in quel canzoniere, una tal 
Galatea, forse la Loredano, e una tal Cidippe, che stava 
a Mantova, e che il poeta ama perchè assai somigliante 
neUe fattezze del volto a Galatea, da cui è dolorosamente 
lontano. Per dare un saggio della maniera del Franco, 
diremo che nel sonetto: 

Lungo le salse rive di Cithera 

egli ci narra come la bella Venere un giorno gli si mo- 



(1) IHcdogi marittimi^ di M. Gioan Jacopo Bottazzo, Mantova, 
I. Ruffinelli, 1347. 



— 148 - 

strasse, menando in giro la sua conca su le onde tutte 
tranquille. Mille nocchieri, avendola al suo apparire rico- 
nosciuta, le s'inchinarono: 

Et io (disse Cloanto) o bella Dea 
Però con gli altri mi t'inchino anchora, 
Perch'ai vederti i' veggio Galathea (*). 

Questa mancanza di passione, che non fa scrivere al 
Franco né un sonetto, né una quartina, né un sol verso, 
che sieno documento d'un amore se non leggiero, gli per- 
mette di giocar d'immaginazione, sino a fare argomento di 
un sonetto il confronto tra sé, che cerca il suo tesoro, e 
Giasone con gli altri Argonauti, che andarono alla con- 
quista del famoso velo d'oro. 11 paragone è cosi stentato, 
che non si capisce come sia potuto passare per la mente 
d'un letterato anche mediocre. 

Il sonetto (di qualche interesse per la biografia del poeta), 
che comincia: 

Del mio Sebeto le dolcissim'acque, (') 
non è che un itinerario, nel quale il Franco accenna, con 
parole assai geiaerali, alla sua partenza da Napoli, alla sua 
residenza a Venezia, fino al suo giungere a Casale, d'onde, 
come sappiamo, aspirava a passare in Francia ; aspirazione 
che egli dichiara apertamente nel sonetto che segue, nel 
quale mostra chiaro quant'egli avesse desiderio di vedere 
il sacro volto di Francesco I, a cui dice: 

Qual Cigno su'l Caistro mi vedrai 

In mezzo Tacque tue morir cantando C)- 



(1) e. 129, V. 

(2) e. 130, V. 

(3) Cfr. DiaL d. beli., e. 75, r. Nel sonetto citato le parole arse 
et àl.8e alludono certamente ad un amore nutrito in Venezia, forse 
a quello di Filena. 



— 149 — 

Però a coloro cui potesse parer sincera questa venera- 
zione pel Re di Francia, ci piace ricordare come il Franco, 
perduta poi la speranza d'ingraziarsi quel Principe, siasi 
volto a Carlo V, attribuendogli perfino quella bellezza, che 
il povero Imperatore non ebbe mai. 

Un altro sonetto comincia: 

Leva su gli occhi Oronte a la Sorella 
Del Sol, hor che co' i rai Tonde percuote, 
Pon mente in che bel carro a chiare rote 
Sen va la notte in questa parte e in quella. 

Sono bellissimi versi; ma ecco già dopo la seconda quar- 
tina del sonetto spuntar la fredda Qalatea. Infatti: 

Son opre vane 

Contar le stelle di che '1 cielo è adorno 

Tante n'ha seco la Notturna Dea 
Ch' ad un tempo possiam (ben che lontane) 
Tu Melite veder, io Galathea (*). 

Dei buoni sonetti ve ne sono parecchi. Ci par bello, per 
la trovata, il seguente: 

de la notte guida et ornamento 
Luna, fidato specchio a la mia prora, 
Co'l farmi lume dal tuo cerchio fuora 
Per questo cieco mar d'aspro tormento. 

Forse, sì come a rimirarti intento 
Tutto veder me puoi, così a quest'hora 
La bella Galathea tien fissi anchora 
I suoi begli occhi nel tuo puro argento. 

Et forse, hor ch'ambi in te guardiamo a paro, 
Anch'ella pe'l desìo ch'a ciò m'adduca 
Pensa e parla di me, com'io di lei. 

(1) e. 131, V. 



— 150 — 

Luna, s'egli è mai ver, molto m'è caro 
Ch'almen co'l mezzo di sì bella luce 
Conformi sieno i suoi pensieri e' i miei (*). 

In esso è assai felice la chiusa, e molto efScace la ma- 
niera con cui è significato il pensiero del poeta. 

Non bello come il precedente, ma d'una certa grazia è 
quest'altro sonetto: 

Sovr' i più. eccelsi scogli, onde più lice 
Veder del del, si sta tallhor assiso 
Il saggio Amycla, e quindi Taria fiso 
Mira, e d'e mar lontani ogni pendice. 

Et mentre a i segni alcun vento felice 
Spirar conosce, da gioir conquiso 
Et di grave color composto il viso. 
Si volge a i suoi nochier cantando, e dice: 

Seguite fidi miei, seguite intenti 
Il bel viaggio, allhor che non appare 
Nubilo giorno, o fatigosi venti. 

Non v'indugiate su* per l'onde chiare 
Nel gir'al porto che ne fa contenti, 
Che cangia vista in picciol tempo il mare (•). 

Grazioso è pure il seguente sonetto, il quale racchiude 
un concettuccio da madrigale, ma gentile: 

Questi ricchi Coralli ò Galathea 
Tolti dal fondo a i più lontani mari, 
Havrai nel collo, e potran gir di pari 
Co '1 più vago monil di Citherea. 

Et queste gemme ò mia terrestre Dea 
Faranno al capo tuo pur fregi cari, 
Come thesori tra più ascosi e rari 
Ch'abbi l'onda chiarissima Eritrea. 



(1) e. 131 V. 

(2) e. 132 V. 



— 151 - 

Non già ch'in -te le perle, e l'ostro, e l'oro, 
E l'avorio non sien duoni infiniti 
Cm quanto il ciel ti die' del suo thesoro, 

Ma per quinci mostrar, che mai smarriti 
Non ho tuoi lumi, e la beltà che adoro 
Stella m'è stata per diversi liti 0). 

Tutto bello sarebbe per viva rappresentazione, questo, 
che trascriviamo qui appresso, se la seconda quartina e 
la prima terzina fossero più efficaci, come il principio e 
la chiusa: 

Ignu4o e scalzo per notar già presto 
Telon, da la sua Nave alzando un grido. 
Per farsi udir' a Theti insin' al lido, 
Levate alto le njian, disse poi questo: 

per cui vivo in fiamma, hor lieto, hor mesto, 
Trovass'io pur 'Amor benigno e fido» 
Et eh' i a te fossi il tuo fedel d'Abido, 
Et a me tu la mia fedel di Sesto, 

Ogn' aspra morte ne girci sprezzando 
Ove fortuna il mar tutto confonde. 
Et a te sempre ne verrei notando. 

Kise allhor Theti, et ei quasi ale e piume 
Havesse nel notar, gittossi a l'onde 
E'n breve spatio giunse al suo bel lume ('). 

D sonetto: 

Perchè tutti a Cidippe i miei desiri, 

è mediocre. Per quanto il poeta scopra tutti i suoi desi- 
derii a Cidippe, come abbiamo detto, una delle due donne 
a cui si rivolge in queste rime marittime, e per quanto 
giri attorno a lei le vele della sua navicella, sente che la 



(1) e. 138, r. 

(2) Ibid. 



— 152 — 

sua fede non si fa manifesta, e di ciò sì lagna. II sonetto 
che segue ha poi una certa grazia per il modo con cui il 
poeta, facendo suo quel domma, che la poesia antica chiuse 
nella sentenza: « a cor gentil ripara sempre amore », rim- 
provera la sua superba e cruda amante, che pili si fa 
scoglio altrui, quanto pili è chiamata; e non sa ella che 
ciò disconviene a cuore veramente gentile. In un momento 
di orgoglio il poeta dice: 

Deh vedi (se '1 mio stato hai forse a vile) 
Che nocchieri noi siam d'altiera brama, 
Et mentre gloria andiam mercando et fama 
Hor ne' vede il mar d'India, or quel del Thi2e. 

Può questa nave anchor (qual ella sia) 
Cangiar del tutto suo viaggio, e come 
Hor 'ha fra scogli, haver tranquilla via. 

Et per te carca d'amorose some, 
(Aura in poppa spirando) indi porìa 
Per mille liti riportarti il nome (*). 

Ma tranne pochissimi, tutti gli altri sonetti del Franco, 
di argomento amoroso, sono assai mediocri, o tali che non 
ci sembrano interessanti né per l'arte, né per la critica. 
Ve ne sono alcuni, non solo in questa raccolta di Bime 
marittime, ma anche tra queUi sparsi nell'epistolario, nei 
quali l'autore si compiace d'una certa sua maniera parti- 
colare. Presenta nella prima quartina un personaggio, 
mettiamo Cleante, e dalla seconda quartina in poi riferisce 
quello che questi dice. Valga ad esempio il sonetto che 
segue: 

Ne le chiar' acque del tranquillo mare 

Si facea specchio il buon Cleante, e vista 

Al fin la faccia sua squallida e trista. 

Disse, versando fuor lacrime amare: 

(1) e. 134 r. 



- i5a — 

Dunque il bel sol, che la mia vita fare 
Tanto lieta solea, quant'hor l'attrista, 
Fia sempre ascoso? et io doglioso in vista 
N'avrò la fronte (oimè) qual'hoggi appare? 

Speme ch'in mezzo il cor ti fai radice, 
Deh se debbo tornar ond'i fui tolto, 
Sostien eh' i viva infin' al di felice. . 

Et poi che a sì rio fin m'ha gionto amore, 
Mostrin le carte ogni hor, e scovra il volto 
Che non è finto il foco del mio core (*). 

Non crediamo di occuparci di quei versi scritti a solo 
fine di adulazione. Solo accenneremo a due altri sonetti, 
in vero notevoli, nei quali si allude air Aretino. Nel primo 
il poeta mostra a Telone, cioè a M. Gioaniacopo Del Pero, 
il lido dove Cloanto, cioè Nicolò Franco, vinse Ofelte, cioè 
Pietro Aretino, e la sponda che Galatea elesse per culla. 
L'altro è tutto un'invettiva contro il malvagio Ofelte, la 
cui musa, per opera del Franco, 

... qual putta sfacciata in tutto esclusa 
Si vede infame in piii di mille carte C). 

Il sonetto è chiuso da una terzina nella quale il poeta 
rappresenta Ofelte, il quale è tanto addolorato di esser stato 
vinto da Cloanto, che cerca la morte nelle salse acque del 
mare, come sarebbe stato vivo desiderio del suo nemico. 

Quando sparla dei suoi nemici, specie dell'Aretino, . il 
Franco è sempre efficace, assai più che non sia nella poesia 
amorosa; la quale, a tacere dell'ingegno, non può essere fatta 
che a due condizioni. E queste condizioni sono una nobile e 
grande commozione interna tanto viva, che ci faccia sentire 



(1) e. 139, r. 

(2) e. 133, r. 



- 154 - 

prepotente il bisogno di manifestarla; e una grande squi- 
sitezza artistica, che ci faccia capaci di rendere codesta 
commozione si calda e spontanea da commuovere altrui. Al 
Franco non faceva certo difetto l'ingegno ; ma, spirito basso, 
grossolano, beffardo, non poteva sentire nell'animo suo nulla 
che rassomigliasse, anche da lontano, alla gentile passione 
del Petrarca. Nel Dialogo delle bellezze l'abbiamo veduto 
ragionare della beltà, ma egli non ne sente l'imperio gentile; 
nella Philena il suo amore è annacquato, verboso, retorico; 
nelle Pistole si rivela animo basso e volgare. Con tali sen- 
timenti e disposizioni che cosa poteva dunque produrre il 
Franco nella lirica amorosa? (*) 



(1) Ci perviene proprio ora, nel rivedere le bozze di questo lavoro, 
la raccolta di documenti sul carnevale di Roma sotto il pontificato 
di Alessandro VI, Giulio II, e Leone X, pubblicati dairAdemoUo, 
Roma, 1886, che contiene due epigrammi latini del Franco, fatti 
in occasione di una di quelle feste, i quali ci mostrano che M. Ni- 
colò, negli ultimi anni, tornò a coltivare, neUa classica Roma, la 
poesia latina. Ci dispiace non aver potuto tenere conto di ciò nella 
prima parte di questo lavoro. 



APPENDICE 



EDIZIONI DELLE OPERE DI NICOLÒ FRANCO 



I. 

1535 — Nicolai Frangi Beneventani Hisabella. 

In-4o piccolo ; pagg. 84. In fine : NeapoU, typis Johannis Susse- 
hachii germani et Matthaei Canati brixiani, mdxxxv. Unica edizione 
di questa operetta, divenuta perciò rarissima, e rimasta ignota a 
molti biografi del Franco, compreso lo Zeno, 

n. 

1536 — Tempio d'Amore di M. Nicolo I'ranco. 

In-4o picc. ce. 12. In fine : Faciebat et iocaJbatur Fraaicus — Finis, 
Ut Momidus et Rabulaje cum harpocrate sileant. In Vinezia per Fran- 
cesco Marcolini da Forlì. Nel mdxxxvi, del mese di agosto. 

Questo opuscoletto, per la sua grande rarità, rimase sconosciuto 
all'Hym, al Fontanini, allo Zeno, al Quadrio, al Gamba, e perfino 
al Casali, che ne trasse notizia da un articolo del Ginguené, inse- 
rito nella Biografia universale antica e moderna tradotta dal francese 
(Venezia, Missiaglia, 1822 e seg., voi. 65, tom. xxii, pag. 127). Ab- 
biamo potuto vederne un esemplare per cortesia del conte Dome- 
nico Gnoli, nella Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma; un altro 
esemplare di questo opuscolo si conserva nella Biblioteca Constabiii 
<li Ferrara ; Un altro è nella Marciana di Venezia. 



— 158 — 

« 

S. A. Tempio d'Amore, stanne di M. Nicolo Franco. 

In-4o, ce. 12 non numerate, senza alcuna nota di luogo, di ani 
e di stampatore. In fine si legge: Finis, e sotto: Adria. Sembi 
quindi che Topera sia stata* stampata alla macchia, in Venezi 
L'abate Zaccaria, che ne diede notizia al Casali, trovando, al 
Oasanatense, questa edizione legata insieme a due operette de 
l'Aretino, impresse, una dal Marcolini, e T altra da Bernardii 
VUalij Venttiano, e parendogli simili i caratteri di tutt« tre le ei 
zioni suddette, credette che fossero state eseguite tutte tre dal Ma 
colini. Ma a questo argomento, ognuno vede quanto poco concl| 
dente, non si arrese il Casali (op. cit. pag. 28), né crediamo, pi 
le ragioni addotte da lui, doverci arrendere noi. Anche di quesi 
edizione possiede copia la Biblioteca veneta di San Marco. Il Bonj 
(Ann. cit., voi. i, pag. 11, n. 1) dice questa ristampa in-S® e di i 
carte. Che si tratti di altra edizione, anch'essa fatta alla macchia 



ITI. 

1539 — Le Pistole Vulgari di M. Nicolo Franco. (In fine 
In Venetia ne le stampe d'Antonio Gardane a li xx d'Apri 
ne l'anno del Signore mdxxxix. Con gratta et privilegio. 

In-folio ; ce. cxx, e solo apparentemente cxix, portando le ultin 
due carte ripetuta la stessa numerazione cxix. Il frontespizio è 
foggia di tempii sormontato dallo stemma di Francia, allusivo ali 
patria del Gar.dane, d'origine francese. Nel basso si vede quello < 
Leone Orsino, a cui è dedicata l'opera in data del lo luglio 1531 
Nel verso dell'ultima carta si trova l'impresa del Gardane : un leon 
e Un lupo che sostengono un rosone col motto, Concordes virtù 
et naturae miraculia; e sotto, una copia del privilegio concesso ali 
stampatore dal Senato Veneto. Questa edizione, stampata in carattei 
corsivo, contiene alcune lettere, che non si leggono nelle posterioi 
e sono : l'ultima, in fine al libro i, a M. Valerio Negron ; la quari 
e la ottantaseiesima del libro li, Tuna al signor Benedetto Agnell< 
l'altra a Leone Orsino ; la ventunesima, la ventiduesima, la trenti 
treesima, la trentaseiesima del libro ni, dirette al Borgio, aH'Anìsii 
|i Francesco Giorgio, a Luigi Annicchini. È senza alcun dubbio Ted 
zione originale dell'epistolario del Franco, essendo del tutto supposi 



— 159 — 

un*edizione del 1538, che sarebbe parimente in folio ed edita dallo 
stesso Gardane, citata da parecchi bibliografi, e financo dal Brunet 
(II, 1373). Ne è prova il privilegio che la presente edizione porta, e 
il fatto che l'epistolario del Franco contiene lettere anche posteriori 
al novembre 1538^ e che la nostra edizione era bella e stampata 
neiraprile delPanno segaente. Ora è possibile che in tre o quattro 
mesi il Gardane abbia potuto comporre, correggere e spacciare 
tutte le copie di quelFopera, e farne anche un'altra edizione? 

1542 — Le Pistole Vulgari di M. Nicolo Franco. Venetiis 
apud Antonium Gardane. mdxlh. 

In-8o, ce. 267 numerate. Precede, come neiredizione precedente, 
la dedicatoria all'Orsino. Alle Pistole segue una tavola e il registro. 
In fine al secondo libro vi è aggiunta una lettera a Marcantonio 
Passero, colla data del 3 di maggio del 1542. 

1547 — De le lettere di diversi autori, racùolte da Ven- 
turin Bufjinelli, Libro primo. Con una Oratione a gli Amanti^ 
per M. Gianfrancesco Arrivatene, In Mantova del XLvn. 

In-8o, ce. Lxxxiii numerate, e una non numerata in fine. Nel 
frontespizio l'impresa del Ruffinelli, col motto : Portum inveniam te 
invita. A e. Lini r. vi è una lettera del Franco, — il quale, come è 
stato detto altrove, apprestò i materiali e sorvegliò questa raccolta — 
a un M. Giulio Grotti ; e a e. lvi un'altra dello stesso autore a Dante 
Aligieri, sopra gli avvisi della sua Comedia, 

1604 -— De le lettere di Nicolò Franco, scritte a Pren- 
cipi^ Signori et ad altri Personaggi^ e svoi amici^ libri tre ; ne 
le quali si scuopre l'arte del polito, e del terso scrivere. Di 
nuovo ristampate, et a candida lezzione ridotte. In Vicenza, 
presso Gio. Pietro Gioannini et Francesco Grossi. C. mdciv. 
Con licenza de superiori. 

Iu-8<>, ce. 2«58, e 8 in principio non numerate, contenenti una de- 
dicatoria di Giovanni Bruno : u Al molto illustre Signore il Si- 
gnor Silvestro Aldobrandini », in data di Padova ai 10 aprile 1604 ; 
un'altra del Franco all'Orsino, e una tavola di coloro ai quali sono 
scritte le lettere. Questa edizione e l'altra del 1615 sono espurgate. 



— 160 — 

1615 —De le lettere di Nicolò Franco, scritte a Pren- 
cipiy Signori et altri Personaggi^ e suoi amici^ libri tre ; ne 
le quali si scuopre l'arte del polito^ e del terso scrivere. Di 
nuovo ristampate^ età candida lezzioneridotte. Venetia. mdcxv 
Appresso Giorgio Valentino. 

In-8o, ce. 256 numerate, e 8 in principio non numerate, conte- 
nenti una dedicatoria dello stampatore ad un Paolo Sarotti, e la 
solita tavola. 



IV. 



1539 — DiALOGi piacevoli di M. Nicolo Franco. Con Pri- 
vilegio del Senato Veneto per anni x. Apud Joannem Gio- 
litum^ de Ferrariis. Venetiis. mdxxxix. 

In-8o, ce. 151, più un'ultima bianca. Al verso della e. 151 si legge : 
Qttt finiscono li diece Dialogi di M, Nicolò Franco Beneventano j stam- 
pati in Vinegia del mese di settembre ne Vanno del Signore mdxxxix. 
E più sotto : Con graiia e Privilegio de lo Illustrissimo Senato Ve- 
neto che per anni diece nessun ardisca imprimergli in questa inclita 
cittàj ne per tutto lo Stato suo : né altrove impressi vi si possano con- 
durre, o vendere, sotto la pena, che nel privilegio si contiene. 



1541 — Dialogi piacevoli di M. Nicolo Franco, nova- 
mente con somma diligenza stampati. Con una tavola di nuovo 
aggiunta di tutto quello che nell'opera si contiene. Con gratia 
et privilegio. Venetia^ per Gabriel Jolito de Ferrarii. mdxli. 

In-8o, ce. numerate 143, più 8 non numerate in principio, e una 
bianca in fine. Il testo « preceduto da un nuovo frontespizio, cioè : 
« Dialogi piacevoli di M. Nicolò Franco. Con privilegio del Senato 
Veneto per anni X *». Nell'ultima carta si aggiunge il mese della 
stampa, che fu agosto. Il Bongi afferma che se ne 'trovano copie, 
le quali nel primo frontespizio portano l'anno 1542, ed altre in cui 
. manca il primo quaderno. 



- 161 — 

1545 — DiALOGi PIACEVOLI DI M. NicoLO FRANCO, COTI la ta- 
vola di tutto quello che ne V opera si contiene. Con Gratta et 
Privilegio. In Vinegia appresso Gabriel Giolito de Ferrari. 

MDXLV. 

In-8o, ce. 143 numerate e 8 in prineipio senza numerazione. Il 
testo dei dialoghi è preceduto da un nuovo frontespizio. Nel verso 
delFultima carta stanno il registro e la controdata ; in fine è una 
carta collo stemma. 



1554 — DiALOGi PIACEVOLI DI M. NicoLO FRANCO, con la ta- 
vola di tutto quello che nell'opera si contiene. Con privilegio. 
In Vinezia^ appresso Gabriel Giolito de Ferrari et fratelli. 

MDLmi. 

In-120y pag. numerate 314 ; seguono 5 carte non numerate con la 
tavola; in fine la sottoscrizione. 

1559 — DiALOGi PIACEVOLI DI M. NicoLO FRANCO, con una 
tavola di tutto quello che ne V opera si contiene. Con privi- 
legio. In Vinezia^ appresso Gabriel Giolito de Ferrari, mdlix. 

In-8®, di pag. 286 numerate, e 12 in principio non numerate, con- 
tenenti la solita dedicatoria e la tavola. In fine è la soscrizione 
colla data mdlix, e nel recto di una carta bianca, l'ultima, non 
numerata, la Fenice. 

1590 — Dialoghi piacevolissimi di Nicolò Franco da Be- 
nevento ; con permissione de' Superiori ; espurgati da Giro- 
lamo Gioannini da Capugnano Bolognese. In Venezia^ presso 
Altobello Salicato. mdxc. Alla libreria della Fortezza. 

In-8o; carte 148 numerate, più 8 in principio non numerate. Pre- 
cede la dedicatoria del Franco, un' altra del Gioannini a Mon- 
signor Annibale Ruccellai, vescovo di Carcassona ; e alla tavola che 
sta innanzi al testo un insignificante sonetto dello stesso Gioannini. 
In fine al libro vi sono due lettere del Franco, una diretta al Mag. 
M. Aluigi Giorgio, l'altra al fratello dell'autore, Vincenzo. 

11 — SlMIAI^I. 



— 162 — 

1593 — Dialoghi piacevolissimi di M. Nicolò Franco da 
Benevento ; con permissione dei Superiori. Espurgati da Gi- 
rolamo Gioannini da Capugnano Bolognese. In Venetia. 
MDXcm. Appresso Francesco Juliani et Giovanni Cerutto. 

In-8**, ce. 148 numerate, più 8 in principio non numerate, le quali, 
oltre la solita tavola, la dedicatoria airOreini, e il solito sonetto, 
contengono una dedicatoria del Gioannini, non più diretta al Ruc- 
cellaì, ma al S. Bernardo Lovaria e a due suoi figliuoli. In fine vi 
sono le lettere come nella precedente edizione. 



1539 — Il Petrarchista, dulogo di M. Nicolo Franco. Nel 
quale si scuoprono nuovi Secreti sopra il Petrarca. E si 
danno a leggere molte lettere che il medemo Tetrarca in Un- 
gua Toschana scrisse a diverse persone. Cose rare^ ne mai 
piti date a luce. Con Gratia et Privilegio. Venetiis apiid 
Johannem Giolitum de Ferrariis. mdxxxix. 

In-8o, ce. 53 numerate ; Tultima, non numerata, con la Fenice. In 
fine è ripetuta la data, dove è detto che la stampa venne fatta del 
mese d'ottobre. Nel frontespizio, invece dell'impresa del Giolito, in 
un medaglione ovato, e' è quel ritratto del Petrarca che si era visto, 
Tanno antecedente, neiredizione delle rime di quel poeta, che per 
cura di Giov. Giolito erano state stampate presso il Janetti. 



1541 — Il Petrarchista, dialogo di M. Nicolo Franco. Nel 
quale si scuoprono nuovi Secreti sopra il Petrarca. E si danno 
a leggere molte lettere che il medemo Petrarca^ in lingua 
Thoscana scrisse a diverse persone. Cose rare^ ne mai più 
date a luce. Con gratia et Privilegio. In Venetia per Ga- 
briel Jolito di Ferrarij. mdxli. 

In 8®, ce. 55 numerate, più un'altra in fine cojla Fenice. Nell'ul- 
tima carta è ripetuta la data, e detto il mese della stampa, che fu 
luglio. Questa edizione ha il ritratto del Petrarca come la precedente. 



— 163 — 

1543 — Il Petrarchista, dialogo di Messer Nicolo Franco. 
Nel quale si sciwprono nuovi secreti sopra il Tetrarca. E si 
dannQ a leggere molte lettere^ che il medemo Petrarca^ in 
lingua Thoscana scrisse a diverse persone. Cose rare^ ne mai 
più date a luce. Con Gratia et Privilegio. In Venetia. Ap- 
presso Gabriel Gioii di Ferrarij. mdxliii. 

In-So, ce. 55 numerate, più un'altra, in fine, con la Fenice. Del 
resto, questa edizione è in tutto simile alle precedenti. Nella soscri- 
zione è detto che fu fatta nel mese di maggio di quell'anno. 



1623 — Li due Petrarchisti, dialoghi di Nicolò Franco e 
DI Ercole Giovannini. Nei quali con vaga disposinone si 
scuoprono bellissime fantasie^ nuovi e ingegnosi secretti sopra 
il Petrarca. E si danno a leggere molte lettere Missive e 
Responsive^ che lo stesso Petrarca in lingua Toscana scrisse. 
Cose pregiatissime e rare^ e la maggior parte mai piil date 
in luce. Con licenza de* Superiori et Privilegio. In Venetia^ 
MDCXXiii. Appresso Barezzo Barezzi. 

In-8o, pagg. 109 numerate, più, in principio, 8 non numerate. Al 
dialogo del Franco segue quello del Giovannini, che ha un fronte- 
spizio a parte. Precede il dialogo una dedicatoria dello stampatore 
a un P. D. Tomaso Valabro, monaco Camaldolese, e poi un avver- 
timento ai lettori dello stesso Barezzi, e una tavola delle cose 
notabili. 



VI. 



1541 — De le rime di M. Nicolo Franco, contro Pietro 
Aretino, et de la Priapea del medesimo. Torino^ Gui- 
done^ 1541. 

Questa edizione, che non abbiamo potuto vedere per la sua 
rarità, sappiamo che è in-8o, e che la parte del libro che forma la 
Priapea contiene 195 sonetti. 



— 164 — 

1546 — Delle rime di M. Nicolo Franco, contro Pietro 
Aretino, et de la Priapea del medesimo. Senza note tipo- 
grafiche. 

Di questa seconda edizione sappiamo solamente che è in-8o, come 
la precedente, e più rara. Ha 257 sonetti contro TAretino, e una 
aggiunta alla Priapea d'altri cinque sonetti. 

1548 — Delle rime di M. Nicolo Franco contro Pietro 
Aretino, et de la Priapea del medesimo, terza edizione^ con 
la giunta di molti sonetti nuovi. Con Gratta et Privilegio 
Pasquillico. mdxlviii. 

In-8o, ce. 112 numerate. Anche questa edizione è senza note tipo- 
grafiche. Del resto è conforme alla precedente. Fu stampata a 
Basilea, presso il Grinco. Contiene, come si ricava anche dal fron- 
tespizio, nuovi componimenti del Franco, come un « Testamento del 
Delicato », pasquinata in strofe di cinque versi (come asserisce il 
Bongi, che ebbe la fortuna di vedere il rarissimo libretto a Firenze 
nella biblioteca del conte Laudaus) con una dedica particolare del 
Franco al cav. Lionardo Arrivabene, seguita da un epitaffio com- 
posto di cinque ottave per il sepolcro dello stesso Delicato, che il 
medesimo Bongi sospetta fosse un soldato monferrino, col quale il 
Franco avesse avuto faccende nel suo soggiorno in Casale, o in 
Torino. 

1790 (?) — Il Vendemmiatore, poemetto in ottava rima di 
Luigi Tansillo; e la Priapea, sonetti lussuriosi-satirici di 
Nicolò Franco. A Pe-King^ regnante Kien-Long^ nel xviii 
secolo. 

In-8o, pagg. viii-187. Segue al frontespizio un avviso dell'editore. 

1887 — Delle rime di M. Nicolo Franco, contro Pietro 
Aretino, et de la Priapea del medesimo. Terza editione, colla 
giunta di molti sonetti nuovi. Con gratia et Privilegio Pa- 
squillico^ MDXLVIII. 

In-8o, pagg. 112. Edizione facsimilata, fatta a Londra nel 1887, 
per cura di un bibliofilo, in 60 esemplari per gli amici dell'editore. 



165 — 



VII. 



1542 — Dialogo di M. Nicolo Franco. Dove si ragiona delle 
Bellezze. Alla Eccellentissima Marchesana Del Vasto. Dif- 
ficile est satyram non scribere [in fine]. In Casale di Mon- 
ferrato^ ne le stampe di Gioannantonio Guidone. Del m£se 
di aprile. Nel mdxlii. 

In-4o, ce. 78 non numerate. Il frontespizio porta il ritratto del 
Franco colla scritta : N. Francus Beneven Aet Suae. Ann. xxvii. 
Qui solus vitium secuit, quia vitium horruit. Dopo il fronte- 
spizio è una lettera di Alberto del Carretto a M. Nicolò Franco 
e un'altra del Franco alla Marchesana Del Vasto. Poi comincia il 
Dialogo diviso in due parti (ce. 30 — 64). Seguono alcune stanze 
dedicate alla stessa Marchesana, e alcune lettere al capitano Lodo- 
vico Borghi, al marchese Del Vasto, al sig. Berardino Moccia, ad 
Alberto Del Carretto, a M. Francesco Alunno, al S. Gioan Vincenzo 
Da la Valle, a M. Lodovico Domenichi e al S. Gioanmatteo Car- 
dallone (ce. 152 — 77 v.). Nel verso deirultima carta è ripetuto il 
ritratto del Franco coi noti motti: Oderint dum metuant ; e 
sotto : Difficile est satyram non scribere. L'edizione è in 
corsivo. 



1542 — Dialogo di M. Nicolo Franco. Dove si ragiona delle 
Bellezze. Alla Eccellentissima Marchesana Del Vasto. Dif- 
ficile est satyram non scribere. Venetiis. Apud Antonium 
Gardane. mdxxxxii. 

In-8o, ce. 120 numerate. Precedono e seguono al dialogo le stesse 
lettere a diversi, come nell'edizione sopra descritta. In fine è il re- 
gistro, ed è ripetuta la sottoscrizione. Sul frontespizio v*è la nota 
impresa del Gardane. 



166 — 



Vili. 

1547 — La Polena di M. Nicolo Franco. Historia amo- 
rosa ultimamente composta. Al suo nobil Signore il Conte di 
Popoli. In fine : In Mantova^ per Jacomo Ruffinelli vene-- 
tiano^ nelVanno mdxlvii. 

In-8o, ce. 470 numerate, più 3 in fine non numerate, nella pe- 
nultima delle quali e' è lo stesso ritratto del Franco, che si vede 
nel frontespizio. Ma mentre quello porta le sue iniziali e il motto: 
Difficile est satyram non scribere, in quest'ultimo non vi è alcuna 
iniziale, ed invece vi sono i motti : Te lupe te muti, e l'altro : Et 
OENUiNUM FREGIT IN iLLis. Il romanzo, diviso in 12 libri, è prece- 
duto da una dedicatoria dell'autore al Conte di Popoli in data di 
Mantova del 4 aprile 1547, e da un Prologo. In fine è un avviso 
dello stampatore, che contiene un'errata. Nel resto della carta 470, 
ultima numerata, e' è l'impresa del Ruffinelli col motto : In portum 
inveniam te invita. 



IX. 
1547 — DiALOGi maritimi di M. Giovan Jacopo Bottazzo. Et 

ALCUNE RIME MARITIME DI M. NlCOLO FRANCO, ET ALTRI DIVERSI 

SPIRITI dell'Accademia de gli Argonauti. AlV Eccellenza del 
Marchese di Soncino^ il S. Conte Massimiano Stampa. In 
Mantova per Jacopo BuffineUi^ nelVanno mdxlvii. 

In-S^, ce. 168 tutte numerate. Le rime del Franco cominciano a 
e. 128, e vanno sino a e. 148. Altri sonetti del Franco si trovano 
a ce. 142 V., 146 r., 147 r., 148 v. e sono di risposta ad altri a lui 
indirizzati da socii di quell'Accademia. 



1787 — Baldi Rota, Franco, Del Vasto Fidentio. Marit- 
timi E Pedanteschi del secolo xvi. Venetia, mdcclxxxvi. 



— 167 — 

Presso Antonio Zatta e figli. Con licenza de' Superiori et 
Privilegio. 

In-8«, di pp. 263 numerate, più 6, in principio, non numerate, 
contenenti, oltre il frontespizio, un avviso in cui Andrea Rubbi, il 
compilatore della raccolta, rende ragione ai suoi amici, della scelta, 
l'approvazione dei Riformatori dello studio di Padova, e un indice. 
I sonetti del Franco in questa raccolta sono 8 in tutto, e vanno da 
pag. 200 a pag. 207. Cominciano : Se sol da te Nettun, ecc.; Per ubbidir 
ai messi di Giunone ; Perchè agli scogli da sì ria tempesta ; La satira 
carta in cui dipinta appare ; Sovra i più eccelsi scogli, ecc. ; Fermi 
mspiri mieiy ecc. ; Per le catene che nel petto avvolte ; Questi ricchi 
coralli o Galaiea. 



Elecco dì alcune opere cbe IfattaDo del Um 



Abbée *** CousEUR RoYAL — Le danger de la salire ou la vie 
de Nicolò Franco, poète satirique italien. Paris, De Bure, 1778. 

Accademici Argonauti — in Bottazzo. Biologi marittimi, in Man- 
tova, 1547, ce. 144 r., 145 r. e v., 149 r. e v., 151 r., 156 r., 159 v., 
161 r., 165 r. 

Adbmollo a. — Alessandro VI, Giulio II e Leone X, nel carnevale 
di Roma — Documenti inediti (1499-1520). Firenze, 1886, pagg. 19-22. 

Albertazzi a. — Romanzieri e romanzi del cinquecento e del 
seicento, Bologna, 1891, pag. 33 e seg. 

Albertazzi A. — In Vita Nuova. Firenze, 1889, nn. 23 e 36. 

Amenta N. — De' rapporti di Parnaso, In Napoli, nel 1710, pagg. 
35, 144, 145. 

Ammirato S. — Opuscoli, Parte II, Firenze, 1637, pag. 249. 

Anonimo — Vita di Pietro Aretino, in Qpere di Francesco Berni, ecc. 
Milano, G. Daelli e C, 186. Parte seconda, pag. 167-187. 

Aretino V, — De le lettere, Parigi, 1609, voi. il, e, 17 r., 217 v. 

Bertolotti a. — Martiri del libero pensiero, e vittime della Santa 
Inquisizione nei secoli xvi, xvii e xviii. Roma, 1892, pag. 50, 51. 

Betussi G. — Dialogo amoroso, Venetia, 1543, e. 22 v. 

Biografia universale antica e moderna. Voi. xxii, Venezia, Mes- 
siaglia, 1825, pag. 146 e seg. 

Bibliothèque frangaise. Amsterdam, 1733, tom. 18, pag. 137. 



— 170 - 

Boccanera G-. — Biografie degli uomini illustri del regno di Na- 
poli, ornate de" loro rispettivi ritraiti, compilale da diversi letterati, ecc. 
Napoli, 1814, tom. ii. s. n. 

BONGI S. — Le prime gazzette in Italia, in Nuova Antologia» Fi- 
renze, giugno 1869, pag. 316 e seg. 

BoNGi S. — Annali di Gabriel Giolito de' Ferrari. Boma, 1890, 
voi. I, pag. 9 e seg., e pag. 458 e seg. 

BoTTAZZO G. I. — Biologi maritimi. Mantova, Ruffinelli, 1547, 
e. 122. 

Gaggio P. — Iconomica. Venezia, 1552, e. 22 e seg. 

Cali C. — Studi su i Priapea e le loro imitazioni in latino e in 
volgare, ecc., Catania, 1894, pagg. 43, 102-107. 

Canello U. a. — Storia della letteratura italiana nd secolo xvi. 
Milano, 1880, pag. 310. 

Cantù C. — Della letteratura italiana, esempi e giudizi. Torino, 
1892, pag. 215, 339, 416. 

Cardella G. M. — Storia della letteratura greca, latina e italiana 
seguita dalla Storia della letteratura italiana del secolo XIX, di Fran- 
cesco Prudenzano. Seconda edizione napolitana, Napoli, 1864, 
pag. 211. 

Casali S. -— Annali della tipografia veneziana di Francesco Mar- 
colini, Forlì, 1861, pag. 28 e seg. 

Chioccarello B. — De illustrihus scriptoribus qui in civitate et 
regno Neapolis floruerunt, voi. il, Mss. della Biblioteca Nazionale 
di Napoli, XIV. A. 28, pag. 95. 

CiAN V. — In Giornale storico della letteratura italiana, voi. xv, 
anno vili (1890), fase. 45, pag. 423 e seg. 

Cicogna E. — Memoria sulla vita di Lodovico Dolce, Venezia, 
1864. 

Crasso L. — Elogi di huomini letterati. Venetia, 1666, voi. i, 
pag. 41 e seg. 

Crescimbbni G. M. — Istoria della volgar poesia. Venezia, 1730, 
voi. Il, parte i, pag. 407 e seg. 

Dizionario biografico universale, Firenze, Passigi, 1842, voi. ii, 
pag. 869. 



— 171 — 

Dolce L. — In Lettere a P. Aretino. Bologna, Romagnoli, 1874, 
voi. I, parte ii, pag. 283 e seg. 

DoMENlGHi L. — Dialoghi^ cioè: D^amore; Della vera nobiltà; 
De' rimedi d^ amore; DelV imprese; Dell'amor fraterno; Della corte; 
Della fortuna et della stampa ; Delle Bellezze, Venezia, 1562 (Dialogo 
ultimo : Delle Bellezze), 

Doni A. F. — La libreria, Venezia, Giolito, 1550, e. 43. 

Doni A. F. — La seconda libreria. Vinezia, F. Marcolini, 1551, 
e. 98. 

Emiliani-Giudici P. -- Storia della letteratura italiana, Firenze, 
1865, voi. II, pag. 81. 

Gaddi — De scriptoribtis non ecclesioMicis Graecis, LaJtinis^ Ita- 
ìicis, Firenze, Lione, 1748-49, voi. i, pag. 14. 

Garzoni T. — Opere : Il Theatro de* varij et diversi cervèlli mon- 
dani. Venetia, 1617, pag. 83. 

Gaspary a., Storia della letteratura italiana. Torino, 1891, voi. ii, 
parte il, pag. 121, 133, 162, 200. 

Ghilini G. — Teatro d'huomini letterati. In Venetia, per li Gue- 
rigli, 1647, pag. 173. 

GiNGUBNÉ — Histoire littéraire d'Italie. Paris, Micheaux, 1813, 
tom. IV, pag. 250, 265 e tom. viii, pag. 494. 

Giornale de' letterati d'Italia. Venezia, 1710 e 1711, tom. ili, pag. 54, 
e tom. VI, pag. 532. 

Giornale d'erudizione. Firenze, Bocca, voi. i, pag. 35, 76, 145. 

Graf a. — Attraverso il cinquecento. Torino, E. Loescher, 1888, 
pag. 32, 48 e seg., 93 e seg., 176 e seg. 

Harpe (La) I. F. — Ijycée ou cours de littérature ancienne et mo- 
derne, Paris, Pourat frères, 1835, tom. xvi, pag. 400. 

Jugement des savans sur les poètes modernes, Amsterdam, s. a., 
tom. IV, parte i, pag. 205. 

Luzio A. — In Giornale storico della letteratura italiana, voi. i, 
pag. 334, n. 3 ; voi. iv, pag. 363, n. 3. 

Maffei G. — Storia della letteratura italiana, ecc. Italia, 1834, 
pag. 380 e seg. 

Manzoni G. — Miscellanea di storia italiana edita per cura della 
R. Deputazione di storia patria, voi. x, pag. 403. 



— 172 — 

Mazzatinti G. — Inventari dei manoscritti delle Biblioteche d^ Italia ^ 
voi. I. Torino, Loescher, 1886. 

Mazzuchelli G. M. — Vita di Pietro Aretino, Milano, 1830, pa- 
gine 4, 15, n. 1, 24, 44, 136, 137, 138, 142, 145. 

Mbnagio e. — i> origini della lingua italiana, Genova, A. Chonét, 
1685, pag. 139. 

MoLMENTi P. G. — La storia di Venezia nella vita privata, Torino, 
Boux e Favale, 1880, pag. 342 e seg. 

MoLMBNTi P. G. — La Dogaressa, Torino, Roux e Favale, 1884, 
pag. 196. 

Montani G. — Antologia, 1831, voi. xliv, pag. 42. 

MORERY L. — Le Grand Dictionaire Historique ou le mélange cu- 
rieux de Vhistoire sacrée et profane, Amsterdam, 1702, tom. li, pa- 
gina 551. 

Nannini R. (Remigio Fiorentino) — Considerazioni civili sopra 
VHistoria di M, Francesco Guicciardini, Venezia, 1582, pag. 117. 

Napoli-Signorblli G. — Vicende della coltura nelle Due Sicilie. 
Napoli, 1785, tom. iv, pag. 382. 

Nic ASTRO JoA. (Db) — Beneventana Pinacotheca in tres lihros di- 
gesta, Benevento, 1720, pag. 168 e seg. 

NiCODBMi L. — Addizioni copiose alla Biblioteca Napoletana del 
Toppi, Napoli, 1683, pag. 179-181. 

Nouvelle Biographie generale depuis les temps les plus reculésjusquà 
nos jours, Paris, 1857, voi. xviii, pag. 474 e seg. 

PONA F. — La lucerna di Eureta Misoscolo accademico filarmo- 
nico, Venezia, 1627, pag. 153. 

Quadrio F. S. — Della storia e della ragione d'ogni poesia, Bo- 
logna, 1739, voi. I, pag. 62, 133 ; voi. ii, p. i, pag. 233-34, pag. 567 
e pag. 618-19 ; voi. ni, pag. 38 ; voi. iv, pag. 446, 692. 

ROSCOB G. — Vita e pontificalo di Leone X, Milano, Sonzogno, 
1817, voi. VI, pag. 90 e voi. ix, pag. 176 e seg. 

Salpi F. — Ristretto della storia della letteratura italiana. Napoli, 
1833, voi. I, pag. 220. 

Settembrini L. — Lezioni di letteratura italiana, Napoli, Mo- 
rano, 1875, voi. II, pag. 178. 



— 173 — 

SiMiANi C. — Nicolò Franco in Propugnatore, Bologna, 1887^ 
voi. XX, pagg. 159-175. 

SiMiANi C. — Un rivale di Pietro Aretino in Psiche. Palermo^ 
anno vi (1890), n. 16. 

SiMiANi C. — Nicolò Franco: I dialoghi^ Le lettere, La Philena, 
Palermo, Clausen, 1890. 

SiNiGAGLiA G. — Saggio di uno studio su Pietro Aretino, Boma^ 
1882, pag. 166. 

Speroni S. -- Opere. Venezia, 1740, tom. iv, pag. 381. 

Tapuri G. B, — Istoria degli scrittori nati nel regno di Napoli, 
Napoli, 1752. 

Tallarigo G. M. — Giano Anisio in Cronaca del III Liceo di 
Napoli. Napoli, 1876. 

Tbssier a. In Giornale d'erudizione, voi. i, pag. 145 e seg. 

TiRABOSCHi A. — Storia della letteratura italiana, Milano, Bot- 
toni, 1833, voi. IV, pag. 137 e seg. 

ToLLio C. — De infelicitate litteratorum. Appendix, Amsterdam, 
1627, pag. 430 e seg. 

Toppi N. — Biblioteca napolitana. Napoli, 1678, voi. i, pag. 221. 

Torraca F., Manuale della letteratura italiana, Firenze, 1886^ 
voi. II, pag. 351. 

Toscano Jo. M. — Peplus Italiae. Hamburghi, 1749, pag. 504. 

Tuano — Historiae. Francoforte, 1658, tom. ni. 

Valle (La) T. — Un pò* (sic) di luce su Nicolò Franco ed i suoi 
tempi al giudizio degV (sic) assenniti (sic !) e degV imparziali. Napoli, 
1876. 

I ViRGiLii A. — Francesco Berni. Firenze, Succ. Le Monnier, 1881 ^ 
pag. 113, 114, 250, 357, 567, 497. 

Zeno A. — Biblioteca dell'eloquenza italiana, ecc., con le annota- 
zioni del signor Apostolo Zeno. Venezia, Pasquali, 1753, voi. i, 
pagg. 197, 201, 205, 216 e seg. ; voi. ii, pag. 85, 127. 



INDICE 



Prefazione Pag, 7 

La Vita » 11 

Le Opere: I. Hisabella « 43 

II. Il Tempio d'amore "49 

III. Le Pistole vulgari » 57 

IV. Dialoghi piacevoli "77 

V. Il Petrarchista n 91 

VI. La Priapea « 101 

VII. Dialogo delle Bellezze « 113 

VIII. La Philena » 125 

IX. Le Bime marittimo » 145 

Appendice: 

Edizioni delle opere di Nicolò Franco " 157 

Elenco di alcune opere che trattano del Franco .... » 169 



•N 






Prezzo del presente Volume» Lire &,60. 

Torino -Roma - L ROUXe C. - Tìpografi-LìbraiWor] 



Alfieri V. — Lettere edite ed inedite, raccolte a cura *di 

Giuseppe Mazzatinti. — 1 voi. in-S" gr. di pag. 430 L. 4 — 
Camiti D. — Storia della Corte di Savoia durante la rivo- 
luzione e l'impero francese — 2 voi. in-S» gr. — Ciascuno » 7 50 
Gabotio P. — Lo Stato Sabaudo da Amedeo Vili ad Ema- 
nuele Filiberto - Voi. I (1451-1457) in-S» gr. . » 2 — 

Volume II (1467-1496); in-S" gr » 8 — 

Gerbaix De Sonnaz G. A. — Studi storici sul Contado 
di Savoia e Marchesato in Italia nelVetà di mezzo: 
Volume 1", Parte I (esaurito). 

» 1^ Parte II in-8o gr. . . . . » 6 — 

» 2^ Parte I in-8" gr » 6 — 

Sirscli F. — li Ducato di Benevento sino alla caduta del . 
regno Longobardo, — Contributo alla storia dell'Italia me- 
ridionale del medio évo; traduzione di M. Schipa . » 1 50 
IiUzio A. e Renier R. — Mantova e Urbino — Isabella 
d^Este ed Elisabetta Gonzaga nelle relazioni famigliari e 
nelle vicende politiche. — 1 voi. in-S" gr. con incisioni » 5 — 
Malamani V. — ■ Il settecento a Venezia: 

Parte 1* La satira del costume , . . . » 2 — 
Parte 2» La Musa Popolare . . . . » 3 50 

Imperiale di Sant'Angelo €• — Caffaro e i suoi 

tempi. — Un voi. in-8" gr. n 6 — 

Molmenti P. — Stitdi e ricerche di Storia e d'Arte — Un 

voi. in-8° » 4 50 

— La storia di Venezia nella vita privata, dalle orìgini alla 

caduta della Bepubblica. — Opera premiata dal E. Istituto 
Veneto di Scienze, Lettere ed Arti; 3*^ edizione riveduta 
ed ampliata dall'autore — 1 voi. in 8° . . . » 7 — 

— La Dogaressa di Venezia ; 2* ediz. riveduta ed accresciuta 

— I voi. in-8° di circa 400 pagine . . . . » 5 — 

— Il Carpaccio e il Tiepolo. — Studi d'arte veneziana — Un 

voi. in-8o ii4 — 

Monti V. — Lettere inedite e sparse, raccolte a cura di 

A. Bertoldi e G. Mazzatinti. — 1 voi. in-8® gr. . » 5 — 

Solerti A. e De IVolhae P. — Il viaggio in Italia di 
Enrico IIL re di Francia, e le feste a Venezia, Ferrara^ 
Mantova e Torino. — 1 voi. in-8°gr. con ritratto di Enrico III, 
e riproduzioni di quadri » 5 — 

Usseglio L. — Bianca di Monferrato^ dachessa di Savoia. 

— 1 voi. in-8o gr » 4 — 



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